Altri dieci anni di deforestazione

 

Si stima che quasi cinque campi di calcio di foresta nativa vengano deforestate ogni giorno nel Victoria, secondo un documento programmatico pubblicato l’anno scorso dal partito australiano dei verdi. L’autorizzazione per tale deforestazione si trova in una serie di documenti collettivamente riferiti come gli RFA dello stato, la cui lettura è accessibile al pubblico sul sito governativo dello stato del Victoria.

Gli RFA, stabiliti nel 1998, esonerano le imprese forestali da alcune leggi statali e federali, quali la Legge per la protezione ambientale e conservazione della biodiversità (in inglese EPBC, Environment Protection and Biodiversity Conservation), che ha lo scopo di proteggere la flora e la fauna vulnerabili delle foreste australiane. Nonostante queste esenzioni, gli RFA del Victoria si impegnano a gestire le foreste adeguatamente e in maniera ecosostenibile al fine di proteggerne la biodiversità.

Tuttavia, Janet Rice, senatore del Victoria e portavoce forestale del partito dei Verdi, afferma di non credere che gli RFA statali non abbiano fatto nulla per salvaguardare le foreste native in questi ultimi 20 anni.

“Gli Accordi Forestali Regionali…sono accordi bilaterali tra il Commonwealth e lo stato che stanno venendo meno agli impegni presi per la salvaguardia degli ecosistemi forestali nativi e delle specie che vi risiedono”, ha scritto Rice in una recente presentazione all’EPBC che ha condiviso con Mongabay. “Questi Accordi sono stati stabiliti oltre 20 anni fa con lo scopo di proteggere l’ecosistema forestale e di mantenere una foresta economicamente vitale e basata sulla industria del legname. Hanno pertanto fallito su entrambi i fronti”.

Tale gestione forestale da parte dell’industria della deforestazione non ha lasciato insoddisfatti soltanto i Politici. Nel 2019, il governo dello stato del Victoria ha condotto un sondaggio pubblico per chiedere ai cittadini come vorrebbero che lo stato gestisse le proprie foreste. Tra gli intervistati, la maggior parte ha risposto che le foreste dovrebbero essere usate per ‘la conservazione di piante ed animali’, mentre soltanto una minoranza ha sottolineato l’importanza della “disponibilità di lavoro e dei benefici economici derivanti dalla produzione di travi e legname”.

Mappa che rappresenta sia le aree più danneggiate dagli incendi boschivi del 2019-2020 che le foreste attualmente soggette alla deforestazione. Immagine a cura di David Lindenmay.

A seguito del sondaggio, il Premier Daniel Andrews, attuale leader di stato del partito laburista del Victoria, ha annunciato che la deforestazione delle foreste antiche del Victoria cesserà entro il 2030. Circa 90.000 ettari (222.000 acri) di foresta nativa verrebbero protetti ed altri 96.000 ettari (237.000 acri) verrebbero dispensati dalla deforestazione in virtù della loro funzione di habitat naturale del petauro maggiore (Petauroides volans), un minuscolo marsupiale intanato nelle cavità degli alberi a rischio di estinzione. Il governo Andrews ha anche promesso di stanziare 120 milioni di dollari australiani (78 milioni di dollari americani) per supportare la transizione dell’industria della deforestazione verso la fornitura delle piantagioni che dovrebbe avvenire nell’arco di 30 anni.

“Questa industria sta andando incontro ad una transizione”, ha affermato Andrews in una intervista, “Ciò vuol dire che non ci basta incrociare le dita e sperare per il meglio. Occorre un programma di sostegno per il lavoro e per i lavoratori. Attraverso il programma di transizione della durata di 30 anni, garantiamo ai lavoratori e alle loro famiglie quella sicurezza di cui hanno tanto bisogno”.

Gli RFA del Victoria sono stati anche sottoposti ad un processo di modernizzazione volto a rinforzare le attuali misure di protezione delle foreste, in modo da garantire “interventi pronti e tempestivi a tutela delle specie vulnerabili”.

Nell’aprile del 2020, poco dopo avere ordinato il lockdown per la pandemia del Covid-19, il governo del Victoria ha prolungato per altri dieci anni gli RFA statali.

“Il fatto che tale comunicato sia stato rilasciato…quando l’attenzione di tutti era focalizzata sul COIVD-19 dimostra che erano consapevoli che il pubblico non ne sarebbe stato contento”, Ha dichiarato Rice a Mongabay, “volevano farlo passare in secondo piano”.

Chris Taylor, ricercatore della Fenner School of Environment and Society, della Australian National University (ANU), ha dichiarato che né la promessa 2030 del governo Andrews né il processo di modernizzazione stanno facendo qualcosa per la protezione delle foreste dello stato.

“La gestione e le pratiche di deforestazione non vengono sottoposte ad alcuna revisione or rettifica, tutto procede al solito a fini commerciali”, ha dichiarato Taylor a Mongabay.

Taylor ha anche fatto notare che la data della cessazione progressiva della deforestazione, il 2030, è in realtà fuorviante dal momento che è lo stesso anno di scadenza di un accordo tra il governo australiano e l’Australian Paper, il più grande produttore di carta del paese. Fino al 2030, lo stato continuerà a fornire all’ Australian Paper la cellulosa di legno per la produzione di carta per ufficio, stampa e imballaggi. Tuttavia, come ha osservato Taylor, se la deforestazione continua a questi ritmi, fra dieci anni non vi sarà più molta foresta nativa.

“Stanno letteralmente trascinando la foresta sull’orlo del precipizio”, ha denunciato Taylor, “esaurendone le risorse, per giunta di proposito. È altamente improbabile che si arrivi al 2030 con una foresta ancora capace di fornire il legname.

‘Danneggiata e distrutta giornalmente’

 

La parola ‘deforestazione’ può evocare l’immagine di tronconi di albero disseminati lungo un appezzamento di terra vuota e grezza. Questo tipo di disboscamento, altresì noto come taglio raso, rimuove tutti gli alberi e la vegetazione da un’area dando poi alle fiamme il terreno in modo da pulirlo e favorirne la rigenerazione.

Mentre il taglio raso viene comunemente praticato nel Victoria, i taglialegna usano anche una tecnica chiamata disboscamento selettivo. Come suggerisce il nome, i taglialegna selezionano determinati alberi lasciando intatte altre parti della foresta. Sebbene in teoria, il disboscamento selettivo sembrerebbe meno distruttivo del taglio raso, gli ambientalisti e gli scienziati avvertono che questo tipo di disboscamento è altrettanto distruttivo per l’ecosistema forestale, soprattutto dal momento che i taglialegna tendono a rimuovere gli alberi più grandi e più antichi, quelli cioè che offrono cibo e riparo agli animali selvatici.

“Il principale valore di habitat dell’albero deriva dalle cavità che vi si formano quando è sufficientemente vecchio”, ha spiegato Rice, “Gli alberi delle foreste di tutto il mondo formano le cavità molto prima rispetto agli eucalipti australiani, per i quali ciò avviene sono quando hanno all’incirca 120 anni. Dunque, questi alberi, che stanno appena raggiungendo l’età in cui iniziano ad avere un valore significativo di habitat per la fauna dipendente dalle cavità, verranno tutti persi. Ci ritroviamo allora con delle foreste estremamente giovani, in via di rigenerazione, cui occorreranno diversi decenni per acquistare il valore di habitat per la fauna.

Un animale che è particolarmente dipendente dalle cavità degli alberi è il Possum di Leadbeater (Gymnobelideus leadbeateri), un marsupiale che si può trovare soltanto in piccole fosse nelle foreste di frassino del Victoria e nei boschi subalpini. Questo piccolo animale è anche l’emblema della fauna dello stato.

Un possum di leadbeater, specie in grave pericolo di estinzione. Immagine a cura di Tim Bawden/Flickr.

“Si stima che la presenza di questi piccoli animali nell’ambiente selvatico ammonti a meno di 2000”, ha dichiarato Rice. “Tutto quel tempo in Senato abbiamo cercato di ottenere la finalizzazione di un piano di salvataggio del possum di leadbeater ma non è stato fatto. Inoltre, questo accordo regionale sulle foreste potrebbe potenzialmente concedere [alle imprese forestali] altri due anni prima che finalizzino il piano di salvataggio. Nel frattempo, la foresta da cui questi animali dipendono, viene danneggiata e distrutta giorno per giorno, settimana per settimana”.

L’intero ecosistema della foresta di frassini montani, che si trova sui Central Highlands del Victoria, figura come critically endangered cioè ‘a un passo dall’estinzione’ nella Lista Rossa IUCN, inventario dello stato di conservazione di tutte le specie biologiche della IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. “Tuttavia’, ha fatto notare Taylor, “lo stato del Victoria non riconosce la lista degli ecosistemi della IUCN”.

“Purtroppo, hanno deciso di non tenere conto della Lista Rossa IUCN,” ha notato con rammarico Taylor.

Ogni forma di deforestazione va ad intaccare la capacità delle foreste di produrre acqua, immagazzinare anidride carbonica e supportare il turismo, ha spiegato David Lindenmayer, professore alla Ferner School of Environment and Society, presso l’Australian National University.

“Tutte quelle funzioni sono in realtà incompatibili con la raccolta del legname”, ha dichiarato Lindenmayer a Mongabay, “Infatti, quando si abbatte una foresta si producono enormi quantità di emissioni di carbonio, la produzione dell’acqua diminuisce e sono pochi i turisti che desiderano fare escursioni in una foresta rasata al suolo dalla deforestazione.

‘Incendi e deforestazione portano ad ulteriori incendi e deforestazione’

 

Un ulteriore effetto della deforestazione è che rende la foresta più arida e dunque più incline a prendere fuoco, secondo James Watson, direttore del centro di ricerca della Wildlife Conservation Society (WCS) e professore presso il Dipartimento delle Scienze della Terra e dell’Ambiente della Università del Queensland.

“Ogni volta che un albero viene abbattuto, si apre l’intero ecosistema rendendolo più secco”, ha spiegato Watson a Mongabay, “vengono inoltre innescate delle dinamiche del vento che ne inaridiscono ulteriormente il sistema”. Ci si ritrova così con tanta legna secca sul terreno: rami, scorze e tronconi. Questi alberelli, crescendo, agiscono con il tempo da legnetti da combustione. Dunque, attraverso la combinazione di tutti questi elementi, si finisce con l’influenzare massicciamente l’infiammabilità e con esso il rischio incendi.

Gli alberi più giovani, inoltre, offrono all’incendio una superficie più ampia su cui propagarsi, risultando perciò più infiammabili, ha aggiunto Taylor.

“È un po’ come quando buttando dei fuscelli nel caminetto si provoca una fiammata”, ha spiegato Taylor. “Ciò avviene perché l’ampiezza del combustibile è molto più ridotta. Infatti, buttandoci invece un grosso tronco, quello non prende subito fuoco dal momento che vi è più massa all’interno del tronco che non è direttamente esposta al fuoco. Con i ramoscelli, la superficie esposta è più grossa rispetto alla massa…così da prendere fuoco molto più velocemente con una fiammata esplosiva. Questo è quello che si verifica durante un incendio boschivo’.

Oltre alla deforestazione di foreste integre, la VicForests si occupa di deforestazione di salvataggio, che consiste nel ripulire l’area incendiata da tutti quegli alberi e tronchi bruciati. Tuttavia, secondo Lindenmayer, la foresta, pur bruciata, mantiene la sua funzione di habitat importante per gli animali che cercano faticosamente di riprendersi dall’incendio boschivo offrendo loro un riparo ombroso e umido. Il legno marcio attrae inoltre gli insetti, permettendo la crescita di funghi che a loro volta forniscono cibo agli uccelli e ai mammiferi colpiti dall’incendio.

I postumi della deforestazione di salvataggio nel Victoria. Immagine a cura di David Lindenmayer.

“Ciò che più preoccupa è il fatto che questi ecosistemi vengono così sottoposti ad uno stress doppio: proprio mentre cercano di riprendersi dall’incendio, vengono distrutti nuovamente”, ha fatto notare Lindenmayer. E ancora: “Nel mondo sono davvero pochissimi gli ecosistemi in grado di reagire a due eventi disastrosi che si succedono in così breve tempo. E comunque sia, gli effetti a lungo termine possono durare fino a 200 anni, il che è insostenibile per la maggior parte delle nostre specie. Questa problematica, inoltre, non è limitata all’Australia. Infatti, tutte le analisi a livello globale hanno mostrato la presenza di questo tipo di problemi in quasi in tutte le aree sottoposte alla deforestazione di salvataggio. A tal proposito, ritengo infatti che non la si dovrebbe chiamare deforestazione di salvataggio in quanto a dire il vero non salva nulla, piuttosto distrugge quasi tutto”.

Lindenmayer fa anche notare come alcuni alberi di eucalipto non sono realmente “morti”, dal momento che hanno la capacità di rigermogliare se lasciati indisturbati. Tra l’altro, la rimozione di questi alberi preclude la capacità di rigenerazione della foresta.

Dopo l’incendio, gli alberi della foresta possono sì ricrescere ma dal momento che gli alberelli giovani rendono la foresta più suscettibile ad ulteriori incendi, questa si trova nel circolo vizioso di incendi e ricrescita, ha spiegato Lindenmayer.

“In questi ultimi grossi incendi verificatisi in Australia, alcune aree del nord-est del Victoria sono bruciate ben quattro volte in 25 anni, mentre normalmente l’intervallo di ritorno degli incendi consiste in un evento ogni 75/150 anni”, ha spiegato Lindenmayer. E ha aggiunto: “Il problema è che i troppi disastri colpiscono un’area troppo grande troppo velocemente per cui gli eco-sistemi non riescono a starci dietro.

“È davvero un problema serio,” ha aggiunto “In pratica, gli incendi e la deforestazione conducono ad ulteriori incendi e deforestazione”.

I molteplici incendi infine fanno perdere alla foresta la capacità di rigenerarsi, il che può provocare il collasso ecologico, ha spiegato Lindenmayer.

La deforestazione ha peggiorato gli incendi in Australia

 

Lindenmayer, Taylor, Watson ed altri due ricercatori hanno recentemente scritto insieme un commento sulla rivista Nature Ecology and Evolution, in cui sostengono che la deforestazione abbia esacerbato gli incendi boschivi calamitosi abbattutisi in Australia la scorsa estate. Pur riconoscendo che il cambiamento climatico abbia giocato un ruolo significativo nello scoppio degli incendi e che nelle discussioni post-incendi si debbano cercare vie per mitigare il cambiamento climatico, gli autori sostengono che tali discussioni debbano incentrarsi maggiormente sul tema della gestione della terra e delle pratiche forestali.

“Si tratta di una disattenzione dal momento che la gestione della terra, diversamente dall’azione globale per placare il cambiamento climatico, è in mano agli australiani oltre al fatto che vi è un cospicuo materiale di ricerca a disposizione dei decisori politici”, hanno scritto gli autori sulla rivista.

Per evitare incendi boschivi futuri, i ricercatori affermano che occorra cessare la deforestazione nelle aree inclini agli incendi e in prossimità degli insediamenti umani. E aggiungono che le foreste e altre aree bruciate debbano avere l’opportunità di riprendersi senza essere sottoposte alla deforestazione di salvataggio o ad altre interferenze umane e che la deforestazione futura debba focalizzarsi sulle piantagioni anziché sulle foreste native.

“Ciò che più mi preoccupa è il fatto che i poveri abitanti di queste zone corrono ora un maggiore rischio di incendi”, ha dichiarato Watson. E ha aggiunto: “Dopo i terribili incendi cui abbiamo recentemente assistito, le nostre azioni rischiano di rendere queste aree più vulnerabili ad incendi futuri. Perciò si tratta di una questione che riguarda il benessere e la sicurezza dell’umanità oltre al carbonio, all’adattamento e alla biodiversità”.

 

La deforestazione ha davvero senso?

 

Gli scienziati e i conservazionisti sostengono che la deforestazione non sia soltanto insostenibile dal punto di vista ambientale ma anche imprudente dal punto di vista economico, tanto più che il legname raccolto viene utilizzato semplicemente per la produzione del cippato di legno e di pasta per carta.

“Infatti lungi dal prendere il legname degli alberi per trasformarlo in tavoli, sedie, assi del pavimento di ottima qualità, lo si converte semplicemente in pasta per carta”, ha fatto notare Lindenmayer. “Un ulteriore problema, inoltre, è che la legna bruciata è tutta ricoperta di carbone per la cui rimozione, alquanto sgradevole da effettuare, le aziende del cippato pagano per giunta pochissimo, talmente poco da spingere al fallimento alcuni appaltatori.

Lindenmayer fa anche notare che la VicForests, in costante perdita di capitali, dipende prevalentemente dai finanziamenti statali.

“In pratica quel che succede è che i cittadini stanno pagando per avere il privilegio di farsi abbattere le foreste”, ha affermato Lindenmayer, “senza riceverne in cambio altro che una perdita. E lo si potrebbe anche capire se a tale fine si facessero lavorare centinaia di migliaia di persone ma non è questo il caso. Infatti, vi sono meno di 350 lavori direttamente legati a questa industria in tutto lo stato. Dunque, come si sostiene tutto ciò?”.

Quando Mongabay ha contattato la VicForests per domandare come mai continuasse l’opera di deforestazione nonostante le ovvie problematiche ambientali e finanziarie, un loro portavoce ha risposto soltanto in merito alla questione della sostenibilità.

“La VicForests si impegna nella gestione sostenibile delle aree di foresta dedicate alla raccolta”, ha risposto in una e-mail il loro portavoce. E ha aggiunto: “Siamo molto impegnati nella protezione degli habitat potenziali e nei valori della conservazione soprattutto dopo gli incendi”.

“La VicForests è fiera del suo approccio ecologicamente responsabile che supporta anche la ripresa delle famiglie regionali, delle comunità e dei distretti colpiti dagli incendi”, ha detto ancora il loro portavoce.

Ripensando il futuro delle foreste del Victoria

 

Rice ha affermato che sviluppare la coscienza pubblica in merito alla deforestazione nel Victoria così come in altri stati australiani, è la chiave per proteggere le foreste secolari.

“Ciò che ha da sempre ostacolato le campagne di sensibilizzazione pubblica è il fatto che la maggior parte della gente ignora quel che accade o non ci crede”, ha affermato Rice, “Quando si dice loro ‘le nostre foreste vengono abbattute e devastate’, la gente sembra pensare: ‘oh no, il nostro governo non farebbe mai una cosa del genere’.

Rice sostiene che, oltre alla educazione del pubblico, i casi legali contro la VicForests possano rivelarsi ‘alquanto efficaci’ nella protezione delle foreste dalla deforestazione distruttiva. Ad esempio, nel marzo 2020, i membri della Wildlife of the Central Highlands (WOTCH), un gruppo di cittadini scienziati con sede nelle Central Highlands del Victoria, ha denunciato la VicForests alla Corte Suprema per avere disboscato un habitat, illeso dagli incendi, di specie rare e in pericolo quali il petauro maggiore, il topo australiano fumoso (Pseudomys fumeus) e la rana di albero di montagna (Litoria verreauxii). Rappresentata dalla Giustizia Ambientale Australiana, la WOTCH ha vinto il caso onde la temporanea cessazione della deforestazione in 26 aree delle Central Highlands.

Petauro maggiore nel Mount Royal National Park, nel Nuovo Galles del Sud. Immagine di Doug Beckers / Wikimedia Commons.

“Mentre l’imputata [la VicForests] ha dimostrato che subirà qualche perdita a breve termine e che le perdite a lungo termine potranno aggravare i possibili deficit di produzione, tutto ciò non è niente in confronto alla minaccia potenziale del danno ambientale irreversibile alle specie a rischio di estinzione minacciate dagli incendi”, ha dichiarato in una intervista il Giudice della Corte Suprema del Victoria, Kate McMilan. “Tutte e cinque le specie in pericolo sono state identificate dallo stato come sulla via dell’estinzione. Ovviamente, una volta che queste specie vengono estinte, non si può più tornare indietro”.

“Stanno cercando di proteggere un pezzo di foresta con un pezzo di foresta e questi ultimo con un altro pezzo di foresta e così via”, ha dichiarato Rice.

Se la deforestazione deve continuare, secondo gli esperti, l’industria dovrebbe passare alla deforestazione di piantagione, che si sta già effettuando in altri stati quali il Sud dell’Australia e il Queensland.

“Con le piantagioni infatti si ottiene il migliore valore dalla produzione della legna, tra cui la pasta per carta e i trucioli di legno come anche la maggior parte del legname di acacia australiano”, ha dichiarato Lindenmayer. “La scienza ecologica dimostra che continuando come abbiamo fatto finora è da folli in quanto diminuiscono il carbonio e la fornitura di acqua mentre aumenta il rischio di incendi che a sua volta riduce il potenziale turistico, che nel suo complesso ha un valore economico più importante di quello del legname”.

Sebbene le piantagioni, come le foreste ricresciute, contengano alberi giovani che sono più infiammabili di quelli più vecchi, Lindemayer sostiene che le piantagioni non pongano lo stesso rischio incendi.

“Le piantagioni si trovano in blocchi segregati e non contigui e sono molto più difendibili”, ha affermato Lindemayer, che ha aggiunto: “possiamo anche ottenere un raccolto prima che si sviluppi un incendio e più velocemente rispetto alle foreste native la cui ricrescita è più lenta”.

Pur condividendo l’opinione che le piantagioni sarebbero un’alternativa valida alla deforestazione delle foreste, Taylor sottolinea l’importanza di una gestione adeguata.

“Parte del mio lavoro è consistita finora nell’assistenza ai coltivatori che si sono trovati la fornitura idrica inquinata quando l’azienda vicina ha abbattuto 500 ettari (1.240 acri) di piantagione distruggendone appunto la fornitura e la capacità idrica”, ha affermato Taylor, concludendo: “dunque non si può dare carta bianca per l’autorizzazione di qualunque piantagione, cioè non è così semplice”.

Da taglialegna a vigili del fuoco

 

Gli esperti sostengono inoltre che sia possibile riqualificare i boscaioli come pompieri e gestori ambientali, in modo da garantire l’opportunità di impiego a coloro che perdono il lavoro nella deforestazione.

“Sono proprio queste figure ad avere le competenze necessarie a spegnere un incendio”, ha osservato Lindemayer, aggiungendo: “nessun altro meglio di loro, operatori del raccolto, muniti di bulldozer ed escavatori, lo sono. Infatti, sono esattamente il tipo di persone che si vorrebbe avere al proprio fianco quando si proteggono le comunità dagli incendi boschivi”.

In effetti, durante i mesi estivi, il governo australiano paga già i boscaioli per lavorare come vigili del fuoco, e Lindemayer suggerisce che questo lavoro potrebbe essere prolungato.

“Dovrebbero in realtà lavorare come pompieri esperti a tempo pieno, e nei mesi invernali quando l’Australia non brucia, intervallo di tempo questo in diminuzione, quello è proprio il tempo giusto per appiccare, presso gli insediamenti umani, dei fuochi volti a ridurre il rischio incendi, proprio per diminuire l’incidenza degli incendi che uccidono la gente distruggendone le case ed altre infrastrutture”, ha affermato Lindenmayer.

“Lasciamoli lavorare come custodi e gestori della terra che non siano soltanto focalizzati sull’estrazione, anzi non devono esserlo”, ha spiegato Watson, aggiungendo: “ritengo infatti che ci sia un modo molto facile di fare la cosa giusta da parte di coloro che lavorano nella industria del legname per realizzare la sua transizione verso quello che dovrà essere”.

“L’Australia sta andando incontro ad un maggior numero di incendi”, ha aggiunto Watson. E ancora: “Anche se la deforestazione venisse interrotta domani, il problema è che questi posti hanno subito una deforestazione sfrenata per 100 anni e dunque ci saranno ulteriori incendi. Che fare allora? Mentre non possiamo cambiare il passato, possiamo almeno cambiare il futuro e il nostro modo di gestire le cose”.

Nel podcast di Mongabay’s, tre esperti discutono le previsioni per la stagione incendi del 2020 condividendo le soluzioni; si ascolti qui di seguito:

Citazioni:

Lindenmayer, D. B., Kooyman, R. M., Taylor, C., Ward, M., & Watson, J. E. (2020). Recent Australian wildfires made worse by logging and associated forest management. Nature Ecology & Evolution. doi:10.1038/s41559-020-1195-5

Didascalia dell’immagine del titolo: Incendio divampato in una foresta australiana. Immagine concessa da James Watson.

 
Articolo originale: https://news.mongabay.com/2020/05/australias-logging-madness-fuels-more-fires-hastens-ecosystem-collapse/

Articolo pubblicato da Maria Salazar
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