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	<title>Notizie ambientale</title>
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	<description>Notizie su flora e fauna selvatiche</description>
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		<title>Un database con il DNA delle tartarughe marine per individuare i centri del bracconaggio del traffico illegale di gusci</title>
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		<pubDate>08 Ago 2022 11:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolyn Cowan]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Asia e Australia]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Animali, Biodiversità, Conservazione, Fauna selvatica, Oceani, e Specie in pericolo]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Le tartarughe embricate, specie in pericolo critico, vengono cacciate da secoli per i disegni presenti sui loro gusci, con cui vengono fatti gioielli e oggetti particolari.<br />- Lo sfruttamento e il commercio hanno spinto questa specie sull’orlo dell’estinzione; nonostante l’uccisione e il commercio di queste tartarughe o di parti del loro corpo siano vietati a livello internazionale, la continua richiesta continua ad alimentarne il traffico illegale.<br />- Gli scienziati sperano che l’attivazione di un nuovo database contenente il DNA di tutte le tartarughe del pianeta, combinato a tecniche forensi basate sul DNA della fauna selvatica, possa ribaltare la situazione.<br />- Questa nuova risorsa, chiamata ShellBank, consentirà alle autorità autorizzate di risalire al luogo di origine delle tartarughe a partire dai prodotti fatti con il loro guscio, in modo da reprimere severamente il bracconaggio e il traffico illegale in tali aree.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Il guscio protettivo di una tartaruga embricata rappresenta anche, sotto alcuni aspetti, il suo più grande punto debole. Gli splendidi motivi che lo decorano e lo spessore che lo rende adatto all’intaglio ne fanno il materiale più popolare ricercato da secoli per creare ogni tipo di oggetto in guscio di tartaruga, da gioielli e ciondoli a montature per occhiali, fino ad un intero genere dell’artigianato giapponese chiamato bekko. Nonostante il commercio di tutti questi prodotti sia attualmente vietato dalla CITES, la Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie minacciate di estinzione, la continua richiesta alimenta un traffico illegale che sta spingendo la specie, già in pericolo critico, sull’orlo dell’estinzione. Finora, bracconieri e commercianti senza scrupoli sono riusciti a sfuggire alla legge perché è difficile risalire all’origine geografica delle migliaia di oggetti in guscio di tartaruga che vengono confiscati ogni anno in tutto il mondo. Tuttavia, grazie all’attivazione di un nuovo database contenente il DNA delle tartarughe marine, chiamato ShellBank, la situazione potrebbe ribaltarsi. ShellBank arriva proprio al momento giusto. Gli scienziati ritengono tche, negli ultimi 180 anni, l’uomo abbia ucciso circa 9 milioni di tartarughe embricate (Eretmochelys imbricata) soprattutto per il loro guscio. Di conseguenza, il loro numero è calato del 75% dai livelli storici e, secondo analisi recenti delle popolazioni, rimangono meno di 25.000 femmine adulte allo stato selvatico. Nonostante siano vietati, gli oggetti in guscio di tartaruga vengono spesso venduti in tutto il mondo. Questi sono stati fotografati in America Latina e ai Caraibi. Foto di © Hal Brindley&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/08/un-database-con-il-dna-delle-tartarughe-marine-per-individuare-i-centri-del-bracconaggio-del-traffico-illegale-di-gusci/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La Grande Barriera Corallina si sta (ancora) sbiancando e l&#8217;area colpita è ancora più vasta</title>
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		<pubDate>21 Apr 2022 13:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Australia]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Barriere coralline, Biodiversità, Cambiamento climatico, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- È stato osservato il sesto sbiancamento di massa della Grande Barriera Corallina nonché quarto evento di questo tipo negli ultimi sei anni.<br />- Secondo i rilevamenti aerei conclusi nell'ultima settimana di marzo, lo sbiancamento ha colpito tutta la Grande Barriera Corallina e ha interessato in modo particolare l'area tra Cooktown (nel Queensland) e le isole Whitsunday.<br />- Le temperature delle acque superficiali attorno alla Grande Barriera Corallina sono state superiori alla norma, sebbene nella regione abbia avuto luogo il fenomeno climatico "La Niña", che solitamente causa condizioni atmosferiche maggiormente caratterizzate da temporali e temperature più basse.<br />- I cambiamenti climatici restano la maggiore minaccia sia della Grande Barriera Corallina che delle altre barriere coralline del mondo, affermano gli esperti.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Il 25 marzo, a seguito di vari rilevamenti aerei, l&#8217;autorità che si occupa del parco marino della Grande Barriera Corallina ha confermato il sesto sbiancamento di massa della Grande Barriera Corallina. È la quarta volta che, negli ultimi sei anni, l’area subisce uno sbiancamento e ciò fa temere che il più grande sistema corallino del mondo non riesca più a riprendersi. Lo sbiancamento in questione ha colpito tutte e quattro le aree in cui è stata suddivisa la Grande Barriera Corallina ai fini della sua gestione. Il più grave sbiancamento registrato interessa 650 chilometri compresi tra Cooktown (nel Queensland) e le isole Whitsunday, ha dichiarato Neal Cantin, scienziato ricercatore presso l&#8217;Australian Institute of Marine Science che quest&#8217;anno ha partecipato ai rilevamenti. &#8220;La frequenza con cui avvengono gli sbiancamenti di grave entità renderà più difficile per la barriera riprendersi&#8221;, ha dichiarato Cantin a Mongabay in una video intervista. &#8220;Sono stati sicuramente osservati segni di ripresa naturale in molte parti della Grande Barriera Corallina dopo gli sbiancamenti del 2016 e del 2017. Speriamo che ciò avvenga anche a seguito di quest&#8217;ultimo sbiancamento. È certo comunque che durante i rilevamenti aerei sono stati notati segni di morte dei coralli&#8221;. L&#8217;area è stata soggetta a un fenomeno climatico denominato &#8220;La Niña&#8221;, che solitamente causa monsoni, piogge torrenziali e un abbassamento delle temperature. Quest&#8217;anno però la maggior parte della pioggia è caduta più a Sud, generando alluvioni da record in un&#8217;ampia area compresa tra Brisbane e Sydney. Le temperature dell&#8217;acqua superficiale attorno alla Grande Barriera&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/04/la-grande-barriera-corallina-si-sta-ancora-sbiancando-e-larea-colpita-e-ancora-piu-vasta/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Collasso ecologico accelerato dalla ‘folle deforestazione’ che in Australia provoca sempre più incendi</title>
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		<pubDate>05 Ago 2020 11:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Deforestazione, Foreste, e Specie in pericolo]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Dopo i disastrosi incendi boschivi del 2019-2020, nello stato australiano del Victoria sono riprese le opere di deforestazione, nonostante le forti critiche da parte di scienziati e conservazionisti.<br />- Il governo del Victoria ha annunciato che la deforestazione delle foreste native verrà interrotta entro il 2030, ma i conservazionisti affermano che protraendo la deforestazione per oltre dieci anni si rischierà il collasso ecologico.<br />- Gli scienziati avvertono che la deforestazione renderebbe la foresta più vulnerabile agli incendi suggerendo una diretta correlazione tra l’industria di deforestazione e l’ultima stagione di incendi boschivi.<br />- Secondo gli esperti, il disboscamento delle piantagioni offrirebbe una possibile soluzione alla deforestazione della foresta nativa mentre i boscaioli potrebbero venire riqualificati come vigili del fuoco a tempo pieno.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Un forte odore acre di fumo sigilla l’ultima stagione estiva in Australia, che è divenuta nota come “estate nera”. Tra giugno 2019 e marzo 2020, una serie di incendi boschivi si è diffusa rapidamente attraverso oltre 11 milioni di ettari (27,2 milioni di acri) di terra incolta, foresta e parchi australiani uccidendo circa un miliardo di animali nativi, tra cui moltissime specie iconiche quali i koala, i canguri e i wallaby. Durante i mesi peggiori, dicembre 2019 e gennaio 2020, una foschia densa e ondulante era scivolata sul paese e, attraverso il mar di Tasmania, fino alla Nuova Zelanda, tingendo di un rosso inquietante il cielo di mezzogiorno e riempendo i polmoni con particelle fini che rendevano difficile respirare. Alla flora e alla fauna del paese, secondo gli esperti, occorreranno decenni per riprendersi. Eppure, nel Victoria e nel Nuovo Galles del Sud, i due stati australiani maggiormente colpiti dagli incendi, le imprese forestali hanno continuato ad abbattere distese di alberi per produrre polpa di cellulosa per carta igienica e tovaglioli di carta. Nel Victoria, dove gli incendi si sono abbattuti su oltre 1,2 milioni di ettari di terra (3 milioni di acri), un accordo forestale regionale (in inglese RFA, ‘regional forestry agreement’) è stato recentemente rinnovato per altri dieci anni, autorizzando l’impresa forestale del proprio stato, la VicForests, a gestire e a sovraintendere il disboscamento nell’ecosistema gravemente minacciato delle foreste di sorbo montano. Mentre il governo del Victoria e quello federale insistono che l’industria forestale aiuterebbe a preservare i posti&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2020/08/collasso-ecologico-accelerato-dalla-folle-deforestazione-che-in-australia-provoca-sempre-piu-incendi/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Secondo gli scienziati, la deossigenazione degli oceani potrebbe portare a una morte silenziosa delle barriere coralline</title>
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		<pubDate>25 Mag 2020 11:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Barriere coralline, Cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Una nuova e lungimirante ricerca afferma che la deossigenazione degli oceani è la più grande minaccia per la sopravvivenza delle barriere coralline, forse ancor più dell'acidificazione e dell'incremento della temperatura degli oceani.<br />- L'ossigeno negli oceani di tutto il mondo è diminuito del 2% a partire dalla metà del secolo scorso, in gran parte a causa del cambiamento climatico, dei deflussi agricoli e dei rifiuti prodotti dagli esseri umani.<br />- Sono sempre di più le ricerche che analizzano il fenomeno della deossigenazione in mare aperto ma sono pochi gli studi sugli effetti della riduzione di ossigeno sulle barriere coralline presenti lungo le zone costiere in aree tropicali e questa ricerca inizia a fare luce su tale aspetto.<br />- L'autore principale e i suoi colleghi stanno attualmente raccogliendo dati sulla Grande barriera corallina al largo della costa della Heron Island al fine di comprendere gli effetti della deossigenazione sulle barriere coralline dell'area.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[In marzo, la Grande barriera corallina dell&#8217;Australia è stata soggetta all&#8217;episodio di sbiancamento più esteso di sempre. Il sessanta per cento della barriera corallina ha subito uno sbiancamento da moderato a grave e alcuni coralli potrebbero non riuscire più a riprendersi. Tale sbiancamento è stato causato dal cambiamento climatico che in febbraio ha portato a un insolito riscaldamento delle acque in cui si trova la Grande barriera corallina e ha danneggiato il delicato rapporto simbiotico tra i coralli e le alghe che ne permettono la sopravvivenza. In genere, quando la temperatura del mare aumenta, i coralli sono sottoposti a stress ed espellono le alghe dai loro tessuti. Senza tali alghe, i coralli diventano bianchi come fantasmi e muoiono lentamente di fame. Un corallo Acropora presso Chuuk, Micronesia. Immagine di David Burdick, NOAA. I sistemi corallini devono però far fronte a un&#8217;altra grave minaccia, che potrebbe essere più pericolosa dell&#8217;aumento della temperatura e dell&#8217;acidificazione dell&#8217;acqua marina. Secondo David Hughes, principale autore di una nuova ricerca pubblicata su Nature Climate Change, i coralli e gli altri organismi che vivono nella Grande barriera corallina potrebbero anche subire le ripercussioni della deossigenazione e ciò potrebbe sostanzialmente impedire alla barriera corallina di riprendersi. &#8220;Sappiamo che gli effetti nocivi del riscaldamento e della deossigenazione influiscono probabilmente gli uni sugli altri&#8221;, ha dichiarato Hughes, ricercatore presso la University of Technology Sydney’s Climate Change Cluster, a Mongabay. Ha spiegato che con il riscaldamento dell&#8217;acqua, i coralli e gli altri organismi hanno bisogno di più ossigeno per respirare. Ma&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2020/05/secondo-gli-scienziati-la-deossigenazione-degli-oceani-potrebbe-portare-a-una-morte-silenziosa-delle-barriere-coralline/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Grave siccità e altri impatti dei cambiamenti climatici stanno portando l’ornitorinco verso l’estinzione</title>
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		<pubDate>27 Mar 2020 16:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Cambiamento climatico, Fauna selvatica, e Mammiferi]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo un nuovo studio pubblicato a gennaio su sulla rivista Biological Conservation, condizioni di grave siccità e di calore, combinate alla perdita di habitat e altri impatti delle attività umane, stanno spingendo una delle specie endemiche australiane più enigmatiche e iconiche, l’ornitorinco, verso l’estinzione.<br />- Lo studio, condotto da ricercatori della University of the New South Wales di Sydney, prende in esame i potenziali impatti sulle popolazioni di ornitorinchi di tutte le minacce a cui questi animali sono esposti, come lo sviluppo della politica dell’acqua, la frammentazione degli habitat fluviali per effetto delle dighe, il dissodamento del terreno per scopi agricoli, le specie invasive, i cambiamenti climatici globali e periodi di siccità sempre più grave.<br />- Secondo lo studio, le condizioni climatiche attuali, unite agli effetti delle attività umane e altre minacce, potrebbero portare un calo generale del grado di abbondanza dell’ornitorinco dal 47% al 66% nei prossimi 50 anni e causare l’estinzione di popolazioni locali nel 40% circa dell’areale di distribuzione della specie.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[I devastanti incendi che in Australia hanno fatto perdere la vita a più di un miliardo di animali, secondo alcune stime, sono solo uno degli effetti dei cambiamenti climatici globali contro cui combatte la fauna selvatica di questo paese. Di recente, l’Australia è stata anche nella morsa di una grave siccità, che ha fatto registrare temperature medie giornaliere di 41° C in tutto il paese, infrangendo il record precedente. Secondo un nuovo studio pubblicato a gennaio sulla rivista Biological Conservation, condizioni di grave siccità e di calore, combinate alla perdita di habitat e altri impatti delle attività umane, stanno spingendo una delle specie endemiche australiane più enigmatiche e iconiche, l’ornitorinco, verso l’estinzione. Lo studio, condotto da ricercatori della University of the New South Wales di Sydney, prende in esame i potenziali impatti sulle popolazioni di ornitorinchi di tutte le minacce a cui questi animali sono esposti, come lo sviluppo della politica dell’acqua, la frammentazione degli habitat fluviali per effetto delle dighe, il dissodamento del terreno per scopi agricoli, le specie invasive, i cambiamenti climatici globali e periodi di siccità sempre più grave. Richard Kingsford, direttore del Centro di Scienze dell’Ecosistema della UNSW di Sydney e coautore dello studio, ha osservato che gli ornitorinchi vivono in aree in cui l’uomo si sta espandendo, minacciandone la sopravvivenza a lungo termine e ha spiegato che “in queste aree si trovano dighe che impediscono i loro spostamenti, coltivazioni che possono distruggere i loro cunicoli sotterranei, attrezzature da pesca e trappole per gamberi cherax che&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2020/03/grave-siccita-e-altri-impatti-dei-cambiamenti-climatici-stanno-portando-lornitorinco-verso-lestinzione/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Modelli, mappe e cittadini all’opera per salvare la Grande Barriera Corallina</title>
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		<pubDate>28 Mag 2019 12:02:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianne Messina]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Australia]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Barriere coralline, Cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Poiché il riscaldamento globale è responsabile di guidare sempre più eventi che colpiscono le barriere coralline, la gestione della resilienza della Grande Barriera Corallina richiede una mappatura completa e dettagliata del fondale marino.<br />- Gli studi disponibili e le mappe con dati di campo geo-referenziati sono stati scarsi e frammentati.<br />- Un gruppo di ricerca diversificato ha recentemente mostrato un approccio di successo, applicando la statistica ai dati delle immagini per costruire modelli predittivi, integrare diversi set di dati sulle condizioni della barriera (reef) e fornire una mappa completa della Grande Barriera Corallina che informi le decisioni di gestione della barriera.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Qualsiasi acquariofilo che abbia tentato di far crescere per hobby una varietà del coloratissimo corallo Acropora sa quanto sia delicato – “non di certo una faccenda per principianti.” Eppure questo delicato gruppo di coralli duri e ramificati domina la popolazione corallina all’interno della Grande Barriera Corallina, conferendo colore, struttura e attrattiva turistica. Corallo blu (genus Acropora). Foto di Will Thomas httpforgemountainphoto.com, via Wikimedia Commons CC 2.0. Ad aprile di quest’anno alcuni report hanno dichiarato che la riproduzione annuale di massa di questi coralli ha mostrato un basso tasso di reclutamento (crescita dei giovani coralli all’interno della barriera). Queste comunità coralline furono devastate quando l’aumento delle temperature del mare guidò eventi consecutivi di bleaching (sbiancamento) nel 2016 e 2017. Una comunità di coralli del genere Acropora può impiegare dai 9 ai 12 anni per riprendersi da un grave evento di bleaching. Un nuovo approccio per gestire i dati del reef Nel Queensland australiano vi è un gruppo variegato di organizzazioni occupato nella supervisione della Grande Barriera Corallina che è impegnato ad aiutare gli sforzi di rigenerazione di Acropora. Ciò di cui necessitano è di mappe complete – non necessariamente che contengano le stesse informazioni – del Reef. Per far fronte a ciò, un team di ricerca multi-istituzionale ha sviluppato uno strumento di mappatura accessibile al pubblico e predittivo, che combina dati visivi prodotti da figure professionali e cittadini volontari per fare una previsione sulla copertura corallina. “Cittadini volontari, scienziati professionisti, l’industria del turismo, comunità indigene e diversi settori della nostra società&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2019/05/modelli-mappe-e-cittadini-allopera-per-salvare-la-grande-barriera-corallina/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Il suolo forestale impiega più tempo del previsto per riprendersi dagli incendi e dal disboscamento</title>
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		<pubDate>07 Mag 2019 11:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mike Gaworecki]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Australia]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Conservazione, e Foreste]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Elle Bowd, dell'Università Nazionale Australiana, ha guidato di un gruppo di ricerca che ha raccolto 729 campioni mediante il carotaggio da 81 siti nelle foreste di eucalipto dell'Australia sud orientale. In passato, i siti di campionamento sono stati sottoposti, a intervalli diversi, a nove tipi di disturbi ambientali, partendo dagli incendi, passando per il disboscamento, fino il salvataggio post-incendio.<br />- Il team ha utilizzato i campioni di terreno per esaminare 22 parametri diversi (tra cui le principali sostanze nutritive come nitrato, carbonio organico, fosforo, potassio e zolfo) e il modo in cui questi ultimi sono stati influenzati dai disturbi verificatisi 8, 34, 78, e 167 anni fa.<br />- Bowd ha affermato che le scoperte del gruppo mostrano che i suoli forestali si riprendono lentamente dai disturbi, nell'arco di molti anni: fino a 80 anni dopo un incendio e fino a 30 anni dopo il disboscamento, molto più a lungo di quanto si riteneva in precedenza.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Secondo Elle Bowd, ricercatrice presso la Fenner School of Environment and Society dell&#8217;Università Nazionale Australiana, sono stati effettuati pochissimi studi sugli effetti a lungo termine di disturbi come gli incendi e il disboscamento sui terreni delle foreste. Sulla base dell&#8217;argomento dello studio, sappiamo che la cenere, subito dopo un incendio, può trasferire nel suolo grandi quantità di sostanze nutritive necessarie alla crescita degli alberi, come il fosforo e l&#8217;azoto. &#8220;Tuttavia, sappiamo poco di ciò che accade ai terreni 8 o 34 anni dopo il disboscamento o dagli 8 ai 167 anni dopo un incendio, nonostante la loro funzione onnipresente e ininterrotta&#8221;; queste le parole di Bowd a Mongabay. Per colmare questa lacuna nella comprensione di quanto tempo impieghino i suoli forestali per riprendersi dai disturbi, Bowd ha guidato un gruppo di ricerca che ha raccolto 729 campioni mediante il carotaggio da 81 siti nelle foreste di eucalipto dell&#8217;Australia sud orientale. In passato, i siti di campionamento sono stati sottoposti, a intervalli diversi, a nove tipi di disturbi ambientali, partendo dagli incendi, passando per il salvataggio post-incendio, fino al disboscamento. Il team ha utilizzato i campioni di terreno per esaminare 22 parametri diversi (tra cui le principali sostanze nutritive come nitrato, carbonio organico, fosforo, potassio e zolfo) e il modo in cui questi ultimi sono stati influenzati dai disturbi verificatisi 8, 34, 78, e 167 anni fa. Confrontando i risultati dei campionamenti dei siti che non sono stati sottoposti a nessun disturbo negli ultimi 167 anni, i ricercatori sono riusciti a&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2019/05/il-suolo-forestale-impiega-piu-tempo-del-previsto-per-riprendersi-dagli-incendi-e-dal-disboscamento/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Lo squalo più veloce del mondo, insieme a molti altri, si avvia verso l&#8217;estinzione</title>
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		<pubDate>17 Apr 2019 14:39:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Biodiversità, Conservazione, Oceani, e Specie in pericolo]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Diciassette specie di squali e razze sono state aggiunte alla lista delle specie in pericolo di estinzione, in base agli ultimi aggiornamenti dello Shark Specialist Group (SSG) della IUCN, che, di recente, ha valutato le tendenze della popolazione di 58 specie di squali e razze.<br />- Tra questi c'è lo squalo Mako pinna corta, lo squalo più veloce al mondo, il cui stato di minaccia è passato dalla categoria dei vulnerabili a quella delle specie in via di estinzione, così come il suo cugino, il Mako pinna lunga.<br />- Tre specie di squali - lo squalo angelo argentino, lo squalo elegante pinna bianca e lo squadro pellerossa - sono passati dalla categoria delle specie in grave pericolo di estinzione a quella delle specie in lieve pericolo.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Lo Squalo Mako pinna corta, lo squalo più veloce al mondo, che può raggiungere una velocità di 70 chilometri orari (43 miglia all&#8217;ora), è prossimo all&#8217;estinzione. Secondo lo Shark Specialist Group (SSG) della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che ha valutato la tendenza demografica di 58 specie di squali e razze e ha aggiornato il loro stato di conservazione il 21 marzo, attualmente 17 specie sono in pericolo di estinzione. Alcune specie, dopo essere state riesaminate sono state collocate sull&#8217;orlo dell&#8217;estinzione. Ad esempio, per lo Squalo Mako pinna corta (Isurus oxyrinchus) il pericolo è aumentato da specie vulnerabile a specie in via di estinzione, così come per il suo cugino, lo squalo Mako pinna lunga (Isurus paucus). Entrambi i Mako, apprezzati per la loro carne e per le loro pinne e ricercati dagli appassionati di pesca, sono sovrasfruttati e non esiste alcun sistema che ne regoli le quote per la pesca. &#8220;I nostri risultati sono allarmanti, anche se non ci sorprendono, poiché sappiamo bene che gli squali, che sono animali che si riproducono molto lentamente, sono molto richiesti dal mercato del pesce e, d&#8217;altra parte, non tutelati dalla pesca eccessiva; il rischio di estinzione è una conseguenza inevitabile,&#8221; come dichiara Nicholas Dulvy, co-presidente della SSG e professore di biodiversità marina e conservazione presso la Simon Fraser University in Canada. &#8220;La situazione del Mako pinna corta, squalo velocissimo e molto rappresentativo, è particolarmente preoccupante; lo abbiamo valutato come in via di estinzione a causa della loro allarmante diminuzione in&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2019/04/lo-squalo-piu-veloce-del-mondo-insieme-a-molti-altri-si-avvia-verso-lestinzione/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Un&#8217;indagine dei parchi marini australiani rivela specie sorprendenti</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2019/01/unindagine-dei-parchi-marini-australiani-rivela-specie-sorprendenti/</link>
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		<pubDate>30 Gen 2019 12:12:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Biodiversità, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Le montagne sottomarine a profondità elevate che si trovano all'interno e nei pressi dei parchi marini australiani di Huon e Tasman Fracture sono state oggetto di un'indagine della durata di un mese che ha rivelato una spettacolare gamma di specie, come coralli molli piumati, spugne vitree a forma di tulipano, calamari luminescenti e pesci elefante.<br />- I ricercatori hanno esaminato 45 montagne sottomarine percorrendo 200 km e raccogliendo 60.000 immagini stereo e circa 300 ore di video.<br />- In prossimità della superficie hanno registrato dati su 42 specie di uccelli marini e otto specie di delfini e balene. A scopo identificativo i ricercatori hanno utilizzato anche una rete per prelevare alcuni degli animali delle montagne marine, molti dei quali potrebbero essere nuovi per la scienza.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Nelle profondità del fondale oceanico a sud della Tasmania si trovano centinaia di montagne sottomarine. Attualmente, quelle che si trovano a profondità elevate all&#8217;interno e nei pressi dei parchi marini australiani di Huon e Tasman Fracture sono state oggetto di un&#8217;indagine della durata di un mese che ha rivelato una spettacolare gamma di specie, come coralli molli piumati, spugne vitree a forma di tulipano, calamari luminescenti e pesci elefante. Il team ha inoltre scoperto più di 100 specie non identificate, che sicuramente la scienza non conosceva. Le montagne presenti nei parchi marini si trovano a una profondità che va dai 700 a 1.500 metri e ospitano coralli d&#8217;acqua fredda fragili, che crescono lentamente e che sono minacciati dalla pesca, dall&#8217;estrazione mineraria in alto mare e dalle alterazioni della temperatura e dell&#8217;acidità marina causate dal cambiamento climatico. Tuttavia, accedere a queste profondità fredde, buie, dalla pressione elevata è estremamente difficile. Così gli scienziati e i responsabili dei parchi sono saliti a bordo dell&#8217;Investigator, una nave di ricerca che fa parte dell&#8217;Australia&#8217;s Marine National Facility e hanno utilizzato uno speciale sistema video progettato dal personale del CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation, agenzia indipendente del governo federale australiano responsabile della ricerca scientifica) per osservare ciò che si trova a migliaia di metri sotto la superficie dell&#8217;oceano. Il sistema deep tow del peso di circa 350 kg, è dotato di quattro telecamere fissate all&#8217;interno di custodie in alluminio ad alta resistenza e di un cavo di fibra ottica che comunica in tempo&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2019/01/unindagine-dei-parchi-marini-australiani-rivela-specie-sorprendenti/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Le scogliere nelle acque profonde della Grande Barriera Corallina non sono state risparmiate dall’evento di sbiancamento di massa del 2016</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2018/10/le-scogliere-nelle-acque-profonde-della-grande-barriera-corallina-non-sono-state-risparmiate-dallevento-di-sbiancamento-di-massa-del-2016/</link>
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		<pubDate>23 Ott 2018 11:25:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Barriere coralline, Cambiamento climatico, Conservazione, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo nuove ricerche, l’evento di sbiancamento di massa del 2016 che ha portato alla morte del 30 per cento dei coralli presenti nelle acque poco profonde della Grande Barriera Corallina ha avuto ripercussioni considerevoli anche sulle scogliere in acque profonde.<br />- Stando a uno studio pubblicato questo mese sulla rivista Nature Communications, le scogliere in acque profonde, note anche come scogliere mesofotiche, si trovano oltre i 30-40 metri di profondità rispetto alla superficie del mare e, in passato, si credeva fossero “rifugi ecologici in grado di proteggere dallo sbiancamento di massa”.<br />- I ricercatori sono tuttavia giunti alla conclusione che l’abilità delle scogliere in acque profonde di offrire un “rifugio ecologico” ai coralli presenta alcuni importanti limiti e che sia le scogliere sui fondali poco profondi sia quelle in acque profonde saranno in futuro a rischio di sbiancamenti di massa.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Secondo nuove ricerche, l’evento di sbiancamento di massa del 2016 che ha portato alla morte del 30 per cento dei coralli presenti nelle acque poco profonde della Grande Barriera Corallina ha avuto ripercussioni considerevoli anche sulle scogliere in acque profonde. Stando a uno studio guidato da Pedro Fadre dell’Università portoghese di Algarve e pubblicato questo mese sulla rivista Nature Communications le scogliere in acque profonde, note anche come scogliere mesofotiche, si trovano a una profondità superiore ai 30-40 metri dalla superficie del mare e, in passato, erano ritenute “rifugi ecologici in grado di proteggere dallo sbiancamento di massa” grazie alla risalita di acqua fredda dalle profondità dell’oceano. Nello studio, Fadre e il suo team fanno notare che mancano tuttavia analisi empiriche sulle ipotesi degli scienziati relative al riparo dalle temperature oceaniche più elevate che le scogliere in acque profonde possono offrire ai coralli. Si sono serviti di veicoli comandati a distanza per sistemare dei sensori fino a una profondità di circa 100 metri al fine di esaminare le differenze di temperatura tra le zone più profonde e quelle meno profonde e un team di sommozzatori ha poi effettuato analisi in vari punti della Grande Barriera Corallina settentrionale quando l’evento di sbiancamento dei coralli era al culmine. I ricercatori hanno infine rilevato che l’abilità delle scogliere in acque profonde di offrire un “rifugio ecologico” presenta alcuni limiti considerevoli e che sia le scogliere in acque poco profonde sia quelle in acque profonde sono a rischio di futuri sbiancamenti di massa. Un&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2018/10/le-scogliere-nelle-acque-profonde-della-grande-barriera-corallina-non-sono-state-risparmiate-dallevento-di-sbiancamento-di-massa-del-2016/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La Grande Barriera Corallina sta perdendo la sua capacità di ripresa</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2018/09/la-grande-barriera-corallina-sta-perdendo-la-sua-capacita-di-ripresa/</link>
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		<pubDate>06 Set 2018 14:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Barriere coralline, Cambiamento climatico, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science Advances rivela che la Grande Barriera Corallina sta perdendo la capacità di riprendersi da sconvolgimenti come lo sbiancamento del corallo, gli attacchi della stella marina “corona di spine” e i cicloni.<br />- Un gruppo di ricercatori guidato da scienziati dell’università australiana del Queensland (UQ) ha scoperto che, nei 18 anni tra il 1992 e il 2010, il tasso di ripresa del corallo della barriera presente nel Parco Marino della Grande Barriera Corallina ha subìto una diminuzione media dell’84 percento.<br />- Secondo lo studio, la capacità di ripresa del corallo si è indebolita probabilmente a causa del susseguirsi di sconvolgimenti subìti dalla barriera e degli impatti, tuttora in atto, di pressioni croniche come la cattiva qualità dell’acqua e i cambiamenti climatici. Eppure, gli autori ritengono che delle efficaci strategie di gestione a livello locale possano contribuire a ripristinarla.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Ancora prima dei due eventi consecutivi di sbiancamento che hanno colpito la Grande Barriera Corallina nel 2016 e nel 2017, il sito Patrimonio Mondiale UNESCO ne aveva subìti altri due su vasta scala nell’ultimo ventennio, uno nel 1998 e uno nel 2002. Il danno arrecato da questi eventi di sbiancamento alla Grande Barriera Corallina destò preoccupazione tra gli scienziati, e ora una nuova ricerca ha scoperto che, nel periodo intermedio, il sistema della barriera si è ripreso con una velocità molto inferiore rispetto al passato. Infatti, uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science Advances rivela che la Grande Barriera Corallina sta perdendo la capacità di riprendersi da sconvolgimenti come lo sbiancamento del corallo, gli attacchi da parte della stella marina “corona di spine” e i cicloni. Secondo lo studio, la capacità di ripresa del corallo si è indebolita probabilmente a causa del susseguirsi di sconvolgimenti subìti dalla barriera e degli impatti, tuttora in atto, di pressioni croniche come la cattiva qualità dell’acqua e i cambiamenti climatici. Eppure, gli autori ritengono che delle efficaci strategie di gestione a livello locale possano contribuire a ripristinarla. Un gruppo di ricercatori guidato da scienziati dell’università australiana del Queensland (UQ) ha scoperto che, nei 18 anni tra il 1992 e il 2010, il tasso di ripresa del corallo della barriera presente nel Parco Marino della Grande Barriera Corallina ha subìto una diminuzione media dell’84 percento. Effetti delle inondazioni e della cattiva qualità dell’acqua sulla barriera corallina. Foto di Peter Mumby. “È la prima volta&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2018/09/la-grande-barriera-corallina-sta-perdendo-la-sua-capacita-di-ripresa/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Nuovo minuscolo calamaro pigmeo scoperto in Australia</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2018/04/minuscolo-calamaro-pigmeo-scoperto-australia/</link>
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		<pubDate>03 Apr 2018 13:57:56 +0000</pubDate>
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		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Biodiversità, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- La nuova specie di calamaro pigmeo appartiene al genere Idiosepius, un gruppo di piccoli animali marini simili a calamari che si ritiene siano i più piccoli cefalopodi del mondo.<br />- I ricercatori hanno chiamato la nuova specie Idiosepius hallami, o calamaro pigmeo di Hallam, in nome del figlio della studiosa australiana di malacologia, Amanda Reid, che l'ha aiutata nella raccolta di animali per effettuare ulteriori confronti.<br />- I calamari pigmei si trovano generalmente in acque poco profonde tra fanerogame marine e mangrovie, alcuni degli habitat marini più minacciati.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Gli scienziati hanno appena scoperto una nuova specie di &#8220;calamaro pigmeo&#8221; delle dimensioni di un&#8217;unghia di pollice. La piccola creatura marina, tuttavia, non è un vero calamaro. Appartiene a un gruppo di animali simili a calamari che si ritiene siano i più piccoli cefalopodi del mondo, la famiglia di creature marine che include polpi, calamari e seppie. I calamari pigmei, attualmente rappresentati dal genere Idiosepius, crescono fino a circa 2 centimetri in lunghezza del corpo (esclusi testa, braccia e tentacoli). In un nuovo studio pubblicato su Zootaxa, i ricercatori hanno raccontato che Amanda Reid, esperta di cefalopodi, ha incontrato per la prima volta la nuova specie di Idiosepius mentre studiava esemplari di calamari pigmei conservati presso l&#8217;Australian Museum Research Institute (AMRI) di Sydney. L’esperta ha scoperto che alcuni esemplari provenienti dall&#8217;Australia orientale non assomigliavano agli altri calamari pigmei già conosciuti, e inoltre altri esemplari erano stati identificati in modo sbagliato. &#8220;Mentre stavo identificando alcuni pigmei tra le collezioni dell&#8217;AMRI, ho trovato una specie che, in base alle sue caratteristiche morfologiche, non “rientrava&#8221; in quelle già note in Australia&#8221;, ha scritto Reid in un post sul blog del museo australiano. &#8220;Inoltre, si è scoperto che un&#8217;altra specie di calamaro pigmeo appartenente all’area meridionale era stata confusa con una terza specie proveniente dal nord&#8221;. Per confermare il suo status, i ricercatori hanno raccolto diversi nuovi esemplari del nuovo calamaro pigmeo e ne hanno confrontato la morfologia e il DNA con esemplari di altre specie già conosciute. Idiosepius hallami, attaccato a un filo&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2018/04/minuscolo-calamaro-pigmeo-scoperto-australia/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Inquinamento da micro particelle di plastica, una possibile minaccia per la Grande barriera corallina</title>
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		<pubDate>09 Mag 2016 09:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mike DiGirolamo]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Barriere coralline, Contaminazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- La Grande barriera corallina al largo della costa a nordest dell’Australia si trova attualmente sotto la minaccia di uno strato galleggiante di micro particelle di plastica.<br />- I rifiuti di plastica galleggiano facilmente e si diffondono per il mare, frammentandosi gradualmente in particelle sempre più piccole, diventando abbastanza minuscole da essere ingerite dagli organismi degli oceani, inclusi gabbiani, molluschi e coralli.<br />- Le micro particelle di plastica sono penetrate nel plancton alla base della catena alimentare – la principale fonte di cibo per i coralli e altre specie presenti negli oceani.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Corallo Dipsastrea, la specie usata negli esperimenti con la plastica. I tentacoli del corallo si estendono per nutrirsi. Foto di: Markus Mende. La Grande barriera corallina al largo della costa a nordest dell’Australia – considerato il più vasto organismo vivente sulla terra – è attualmente sotto la minaccia di uno strato galleggiante di micro particelle di plastica, secondo un nuovo studio effettuato dalla James Cook University nel Queensland, Australia. “La contaminazione da micro particelle di plastica è una minaccia per gli ecosistemi marini difficile da controllare perché queste particelle così piccole sono invisibili e possono perciò sfuggire alla conoscenza collettiva” sostiene la dott.ssa Mia Hoogenboom, capo scienziato dello studio e professore della Scuola di biologia marina e tropicale alla James Cook University. Le micro particelle di plastica sono esattamente quello che sembrano: “frammenti di plastica con un diametro minore di cinque millimetri”. Entrano negli oceani del mondo da una varietà di fonti, a volte sorprendenti, inclusi frammenti di vernice degli scafi delle imbarcazioni, corde, boe, detriti degli impianti di trattamento delle acque e altre fonti terrestri. La plastica di questa dimensione o più piccola è particolarmente pericolosa per la capacità che ha di assorbire contaminanti pericolosi, come i metalli pesanti e gli inquinanti organici persistenti. “Né la plastica né questi contaminanti si degradano facilmente nell’ambiente, o durante la digestione da parte di organismi, riuscendo a bioaccumularsi nella catena alimentare” riporta lo studio. I detriti di plastica galleggiano facilmente e si diffondono per i mari, frammentandosi gradualmente in particelle sempre più&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2016/05/inquinamento-micro-particelle-plastica-possibile-minaccia-la-grande-barriera-corallina/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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