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	<title>Notizie ambientale</title>
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	<description>Notizie su flora e fauna selvatiche</description>
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		<title>Il rewilding trofico potrebbe essere la chiave per contrastare il cambiamento climatico</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2023/04/il-rewilding-trofico-potrebbe-essere-la-chiave-per-contrastare-il-cambiamento-climatico/</link>
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		<pubDate>04 Apr 2023 13:39:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Liz Kimbrough]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Lizkimbrough]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Biodiversità, Cambiamento climatico, Conservazione, Fauna selvatica, Foreste, Impatto del cambiamento climatico, e Mammiferi]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Un nuovo studio pubblicato su Nature Climate Change suggerisce che il rewilding trofico, ovvero il ripristino e la protezione dei ruoli funzionali degli animali negli ecosistemi, è una soluzione climatica trascurata.<br />- La reintroduzione di sole nove specie o gruppi di specie (tra cui elefanti africani delle foreste, bisonti americani, pesci, lupi grigi, buoi muschiati, lontre marine, squali, balene e gnu) contribuirebbe a limitare il riscaldamento globale a meno della soglia di 1,5°C (2,7°F) stabilita dall'Accordo di Parigi, spiega lo studio.<br />- Gli animali giocano un ruolo significativo nella quantità di carbonio che le piante, il suolo e i sedimenti possono catturare, poiché ridistribuiscono semi e nutrienti e perturbano il suolo scavando, calpestando e costruendo tane.<br />- Lo studio sottolinea la necessità di un cambiamento di mentalità nell'ambito della scienza e della politica per trarre vantaggio dal vasto potenziale della fauna selvatica, lavorando a stretto contatto con le comunità locali per affrontare le questioni sociali che possono incidere sugli sforzi di conservazione.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Quando si parla di soluzioni per il clima, il primo pensiero potrebbe non essere rivolto agli gnu. Ma nel Serengeti, queste antilopi dall&#8217;aspetto di bufali sono la chiave per la cattura del carbonio. Gli gnu mangiano grandi quantità di erba che riciclano nel terreno sotto forma di sterco. Così, quando la loro popolazione crollò all’inizio del 1900 a causa di una malattia trasmessa dai bovini domestici, la perdita del pascolo naturale ha portato a incendi più frequenti e intensi, trasformando il Serengeti in una fonte di carbonio. Gli sforzi per riportare indietro o “rinselvatichire” (dall’inglese rewild) la popolazione di gnu attraverso la gestione delle malattie hanno avuto un enorme successo, contribuendo a ridurre la frequenza e l&#8217;intensità degli incendi e a riportare il Serengeti a essere un pozzo di carbonio. Il rewilding trofico, ovvero il ripristino e la protezione dei ruoli funzionali degli animali all’interno degli ecosistemi, è una soluzione trascurata ai cambiamenti climatici, afferma un nuovo studio pubblicato questa settimana sulla rivista Nature Climate Change. «La conservazione della fauna selvatica, che consente alle specie di svolgere il loro ruolo funzionale negli ecosistemi, offre un potenziale inesplorato come soluzione al cambiamento climatico», ha dichiarato in un comunicato il coautore dello studio Andrew Tilker, coordinatore della conservazione delle specie presso la ONG Re:wild. Secondo lo studio, il rewilding di solo nove specie o gruppi di specie selvatiche (elefanti africani delle foreste, bisonti americani, pesci, lupi grigi, buoi muschiati, lontre marine, squali, balene e gnu) contribuirebbe a più del 95% del fabbisogno&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/04/il-rewilding-trofico-potrebbe-essere-la-chiave-per-contrastare-il-cambiamento-climatico/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;impatto delle attività estrattive sulle balene è sottovalutato</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2023/03/limpatto-delle-attivita-estrattive-sulle-balene-e-sottovalutato/</link>
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		<pubDate>13 Mar 2023 15:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Biodiversità, Conservazione, Oceani, Pesce, e Specie in pericolo]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo gli scienziati le attività estrattive in alto mare potrebbero influire sui cetacei a causa dell'inquinamento acustico, che potrebbe interferire con i loro processi di comunicazione.<br />- Un team di esperti ritiene che le valutazioni di impatto di tali attività siano state incentrate sulle specie presenti sul fondale anziché sugli animali di dimensioni considerevoli che transitano nelle aree in cui sono previste le attività estrattive e che sia necessario svolgere urgentemente ricerche per capire il potenziale impatto sui cetacei.<br />- Una società estrattiva afferma tuttavia che il potenziale impatto prodotto sui cetacei dalle attività previste è valutato con l'esame dei dati acustici raccolti durante il suo recente test estrattivo nella zona di frattura di Clarion-Clipperton, che saranno analizzati insieme ai dati ambientali di riferimento relativi a un periodo di tre anni.<br />- Le attività estrattive in acque profonde internazionali potrebbero iniziare quest'anno dopo che lo Stato insulare di Nauru nel Pacifico, favorevole alle operazioni dell'affiliata di una compagnia estrattiva canadese, ha chiesto di accelerare l'autorizzazione delle attività estrattive.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Secondo gli esperti per i quali è necessario svolgere con urgenza ricerche in merito, l&#8217;avvio potenzialmente imminente delle attività estrattive in acque profonde internazionali potrebbe influire su balene, delfini e focene, segnatamente sotto il profilo dell&#8217; inquinamento acustico. In un nuovo articolo pubblicato sul sito web di Frontiers in Marine Science, alcuni scienziati che operano per la University of Exeter, i Greenpeace Research Laboratories e la Oregon State University sostengono che le attività estrattive proposte in alto mare produrrebbero probabilmente una serie di rumori con frequenze pari a quelle utilizzate dai cetacei per comunicare, il che può potenzialmente portare a cambiamenti in tali animali riguardanti il loro comportamento. Gli autori affermano che la maggior parte delle valutazioni del potenziale impatto prodotto dalle attività estrattive in acque profonde sulla biodiversità si è focalizzata su &#8220;specie legate ai fondali e non animali di dimensioni considerevoli in transito&#8221; come le balene e i delfini. Ciò è in parte dovuto alla scarsità di dati sui cetacei nelle aree destinate alle attività estrattive, afferma l&#8217;autore principale Kirsten Thompson, specialista in scienze marine presso la University of Exeter nel Regno Unito. &#8220;I cetacei sono un gruppo di animali molto eterogeneo e la maggior parte di ciò che sappiamo di loro deriva da studi svolti maggiormente vicino alla costa e alle isole presenti in alto mare&#8221;, scrive Thompson a Mongabay via e-mail. &#8220;Le ricerche in mare aperto sono difficili e il fatto che siano state ampiamente tralasciate nelle valutazioni di impatto delle attività estrattive è proprio un&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/03/limpatto-delle-attivita-estrattive-sulle-balene-e-sottovalutato/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Tre piccole misure per l&#8217;umanità, un passo da gigante per il clima</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2023/03/tre-piccole-misure-per-lumanita-un-passo-da-gigante-per-il-clima/</link>
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		<pubDate>10 Mar 2023 11:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Juliette Portala]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Cambiamento climatico, e Conservazione]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Un nuovo report ha proposto una serie di tre interventi politici da parte dei governi che potrebbero aiutare parti dell'economia globale a decarbonizzarsi rapidamente.<br />- Gli autori hanno identificato tre cosiddetti green switch, o “inneschi verdi”, che hanno il potenziale non solo di ridurre le emissioni di carbonio in un settore, ma anche di innescare ulteriori punti di svolta positivi, con conseguente accelerazione della decarbonizzazione in altre industrie a elevate emissioni di carbonio.<br />- Tra i potenziali interventi politici, il report afferma che: un mandato per veicoli a emissioni zero potrebbe ridurre i costi delle batterie; la promozione dell'ammoniaca green nei fertilizzanti potrebbe aumentare l'utilizzo dell'idrogeno; e l'acquisto di proteine alternative per il cibo servito nelle istituzioni pubbliche potrebbe ridurre la pressione esercitata sui terreni e tagliare le emissioni agricole.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Dall&#8217;innalzamento del livello del mare alle ondate di caldo torrido, il pianeta ha un piede nella fossa climatica. Eppure, un nuovo report sostiene che tre interventi politici mirati potrebbero portare a punti di svolta positivi aiutandoci a uscire dal baratro. Il report, prodotto da Systemiq, una società che promuove il «cambiamento dei sistemi» nell&#8217;economia globale, insieme all&#8217;Università di Exeter nel Regno Unito e al Bezos Earth Fund, si focalizza su aree che potrebbero innescare «una cascata di decarbonizzazione» in settori che rappresentano il 70% delle emissioni globali di gas serra. Il documento è stato presentato a gennaio in occasione dell&#8217;incontro annuale del World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Questi punti di svolta positivi o «auspicabili» possono aiutare l&#8217;umanità a «transitare il più velocemente possibile verso emissioni nette di gas serra pari a zero», ha dichiarato a Mongabay Tim Lenton, docente di cambiamenti climatici e scienza del sistema terrestre presso l&#8217;Università di Exeter e collaboratore del report. Il report, intitolato “The Breakthrough Effect”, dall’inglese “l’effetto di svolta”, identifica tre «punti di super leva» attendibili che hanno il potenziale di ridurre le emissioni di carbonio non solo in un settore, ma di trasformarsi in una serie di punti di svolta e di sostenere una rapida decarbonizzazione in numerosi settori. Secondo Lenton, questi punti di svolta positivi si verificano quando «il feedback di rinforzo all&#8217;interno di un sistema è in grado di diventare abbastanza forte da autoalimentarsi». La prima raccomandazione riguarda un mandato per i veicoli a emissioni zero, la seconda un&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/03/tre-piccole-misure-per-lumanita-un-passo-da-gigante-per-il-clima/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Innovatori sviluppano alternative a base di alghe agli involucri di plastica per alimenti</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2023/02/innovatori-sviluppano-alternative-a-base-di-alghe-agli-involucri-di-plastica-per-alimenti/</link>
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		<pubDate>23 Feb 2023 14:40:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Jewel S. Cabrera]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Buone notizie per l'ambiente, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- I ricercatori della Flinders University e della società di biotecnologia tedesca one • five hanno creato un rivestimento a base di alghe progettato per sostituire la plastica utilizzata negli imballaggi per il fast food.<br />- Molti contenitori e involucri per alimenti contengono plastiche nocive derivate da combustibili fossili che non si biodegradano. Esse si rompono in microplastiche che inquinano l'ambiente e danneggiano gli ecosistemi marini.<br />- Nelle Filippine, il ricercatore Denxybel Montinola ha sviluppato un altro tipo di pellicola naturale dal mango e dalle alghe che spera di far entrare in commercio quest'anno.<br />- Lo sviluppo di bioplastiche e rivestimenti a base di alghe potrebbe accrescere i mezzi di sussistenza degli agricoltori di alghe che beneficerebbero di un settore industriale che li aiuterebbe a nutrire le loro famiglie e mandare i figli a scuola.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Le alghe, nome generico usato per descrivere diversi tipi di piante marine presenti in diversi corpi idrici, non solo forniscono cibo e riparo agli animali marini, ma possono anche aiutare a risolvere il problema dell&#8217;inquinamento della plastica. I ricercatori della Flinders University in Australia e dell&#8217;impresa tedesca di biomateriali one • fıve hanno sviluppato un nuovo materiale di rivestimento non inquinante a base di alghe “progettato per sostituire i tradizionali rivestimenti in plastica a base fossile utilizzati nelle confezioni dei fast food resistenti ai grassi.” L&#8217;iniziativa ha lo scopo di trasformare la produzione delle confezioni e della plastica a livello globale, riducendo significativamente la dipendenza dall’inquinante plastica convenzionale, secondo il comunicato stampa della Flinders University. Il materiale utilizzato per avvolgere hamburger e patatine fritte dei fast food è tipicamente laminato con un sottile strato di plastica per renderlo resistente ai grassi, ma questo pone un problema a livello di riciclaggio, in quanto questo strato è tipicamente costituito da polimeri sintetici, derivati dal petrolio, come polietilene o polipropilene. Questo materiale non è biodegradabile e si frammenta in pezzi più piccoli chiamati microplastiche. I ricercatori di one • fıve e Flinders hanno sviluppato un&#8217;alternativa: un rivestimento a base di alghe che non è composto da polimeri sintetici, che si adatta agli obiettivi delle recenti proposte di revisione delle norme UE per gli imballaggi e i rifiuti. Gli obiettivi principali delle norme proposte sono la riduzione della produzione di rifiuti dovuti all&#8217;imballaggio, per aumentare il riciclaggio di alta qualità a “circuito chiuso”, ridurre&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/02/innovatori-sviluppano-alternative-a-base-di-alghe-agli-involucri-di-plastica-per-alimenti/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Studio a livello globale rileva una perdita diffusa di paludi salmastre</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2023/02/studio-a-livello-globale-rileva-una-perdita-diffusa-di-paludi-salmastre/</link>
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		<pubDate>14 Feb 2023 12:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sean Mowbray]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Cambiamento climatico, Conservazione, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo un recente studio basato sulle immagini satellitari, il pianeta ha perso 1.453 chilometri quadrati di paludi salmastre tra il 2000 e il 2019, vale a dire un'estensione pari al doppio della superficie di Singapore.<br />- Oltre a fornire alla fauna e alla flora selvatiche un habitat e molti servizi ecosistemici, le paludi salmastre costituiscono depositi di carbonio significativi.<br />- Secondo lo studio, la perdita di paludi salmastre ha portato all'emissione di 16,3 teragrammi pari a 16,3 milioni di tonnellate metriche di carbonio all'anno, il che corrisponde alle emissioni di circa 3,5 milioni di automobili.<br />- I cambiamenti climatici costituiscono una delle maggiori minacce per le paludi. Tra gli altri fattori che contribuiscono alla riduzione della loro estensione nel mondo si contano la conversione all'acquacoltura, l'erosione costiera, l'eutrofizzazione, le opere di bonifica, l'occupazione delle foreste di mangrovie e le specie invasive.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Analizzando le immagini satellitari di tutto il pianeta, gli scienziati della NASA hanno stabilito che tra la fine del XX secolo e l&#8217;inizio del XXI la superficie delle paludi salmastre andata persa è stata pari al doppio della superficie di Singapore. Secondo un recente studio basato sulle mappe, le violenti tempeste hanno contribuito a tale perdita, che ha portato a emissioni &#8220;significative&#8221; di carbonio. Pubblicato sulla rivista Nature alla fine di novembre, lo studio ha dimostrato che nel mondo sono andati persi 2.733 chilometri quadrati di paludi nell&#8217;arco di 19 anni, tra il 2000 e il 2019, come pure che ne sono stati recuperati 1.278 km2, a seguito delle opere di ripristino svolte dagli esseri umani. Ne risulta una perdita netta di 1.453 km2. Secondo lo studio, a livello globale, la perdita di paludi salmastre è stata pari allo 0,28% all&#8217;anno. In passato, la disponibilità di informazioni aggiornate sulla rapidità della perdita di paludi salmastre e sui luoghi in cui sono maggiormente minacciate a livello globale era limitata, così come lo erano i dati sulle conseguenti emissioni di carbonio, ha dichiarato in un&#8217;intervista a Mongabay Anthony Campbell, principale autore dello studio. Le valutazioni svolte in passato suggerivano che le paludi salmastre stessero riducendosi molto più rapidamente a una velocità compresa tra l&#8217;1% e il 2% all&#8217;anno. Una palude salmastra nel Maryland (Stati Uniti). Il Nord America è una zona particolarmente minacciata dalla perdita di paludi salmastre, causata in gran parte dalle violenti tempeste. Foto cortesemente fornita dal Chesapeake Bay Program&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/02/studio-a-livello-globale-rileva-una-perdita-diffusa-di-paludi-salmastre/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Quasi la metà degli alberi piantati muore, ma scegliere attentamente il sito può aiutare</title>
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		<pubDate>18 Gen 2023 12:46:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Danielle Keeton-Olsen]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Biodiversità, Conservazione, Foreste, e Foreste tropicali]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Un recente studio sui progetti di riforestazione nel sud e sud-est asiatico ha rilevato che circa la metà degli alberi piantati come parte di questi progetti sono morti entro un decennio.<br />- Lo studio ha anche identificato fattori che aumentano le possibilità di sopravvivenza: per esempio, gli alberi piantati in siti con foreste già esistenti sono risultati avere maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto quelli piantati su terreni aperti.<br />- I ricercatori hanno anche notato che sono pochi i progetti che vanno a svolgere un monitoraggio a lungo termine dopo la semina iniziale, nonostante che ci vogliano decenni prima che le foreste ricrescano.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Piantare alberi può sembrare un modo semplice e poco controverso per ripristinare gli ecosistemi e raggiungere gli obiettivi climatici prefissati: ma la vera sfida della riforestazione arriva dopo che gli alberelli sono stati piantati nel terreno e che le foto promozionali sono state pubblicate online. Un recente studio sul monitoraggio dei progetti di ripristino delle foreste nel sud e sud-est asiatico ha rilevato che, in media, il 44% degli alberi piantati come parte di tali sforzi muore entro cinque anni, arrivando fino alla metà entro 10 anni. Tuttavia, anche se gli alberelli sono morti a ritmi scoraggianti, specialmente con il passare del tempo, lo studio indica che apportare delle modifiche, anche piccole, in un sito di riforestazione può fare tutta la differenza per il futuro della foresta. Alberelli presso il progetto di riforestazione nel Parco Nazionale Tanjung Puting a Kalimantan, Borneo indonesiano. Foto di Rhett A. Butler/Mongabay. Fattori di impatto Lo studio si basa su dati provenienti da studi pubblicati e su FOR-RESTOR, la rete di dati del sito di riforestazione delle foreste tropicali da siti in tutto il sud e sud-est asiatico e monitora i tassi di sopravvivenza degli alberi nei boschi tropicali e subtropicali, nonché altri dettagli come le dimensioni, la varietà e o tipi di foresta, per comprendere che ruolo giocano le diverse variabili nel successo della riforestazione. Lo studio ha scoperto che uno dei fattori più rilevanti per la sopravvivenza di una nuova foresta è il tipo di terra utilizzata. I tassi medi di mortalità sono&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2023/01/quasi-la-meta-degli-alberi-piantati-muore-ma-scegliere-attentamente-il-sito-puo-aiutare/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Nonostante gli impegni presi, sussistono ostacoli nei finanziamenti in favore della conservazione e del clima destinati alle comunità</title>
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		<pubDate>19 Dic 2022 11:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[John Cannon]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Biodiversità, Cambiamento climatico, Conservazione, Deforestazione, Foreste, Foreste tropicali, e Impatto del cambiamento climatico]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- La scienza ha sempre più dimostrato l'importanza della conservazione promossa dalle popolazioni indigene e comunità locali e, di conseguenza, i finanziatori hanno iniziato a stanziare risorse finanziarie a favore dell'operato di tali gruppi.<br />- Nel 2021, durante la conferenza sul clima in occasione della COP26 delle Nazioni Unite, i donatori privati e governativi si sono impegnati a stanziare 1,7 miliardi di dollari per garantire i diritti di proprietà fondiaria delle popolazioni indigene e comunità locali.<br />- Una recente valutazione effettuata a distanza di un anno dal momento in cui è stato preso tale impegno mostra che solo pochi finanziamenti giungono direttamente alle popolazioni indigene e comunità locali, in quanto spesso passano prima per ONG internazionali, società di consulenza, banche di sviluppo e altri intermediari.<br />- Ciò vale anche per la maggior parte degli aiuti in favore della conservazione promossa dalle popolazioni indigene e comunità locali. Ora, tuttavia, i donatori e i rappresentanti delle popolazioni indigene e comunità locali stanno cercando di agevolare e aumentare i flussi di finanziamenti in favore delle attività volte a contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità del pianeta.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Nel 2020, la pandemia di COVID-19 ha colpito le comunità indigene di Cabécar in Costa Rica che si trovavano già in una situazione precaria. Tra le foreste ricche di specie del Territorio Indigeno Cabécar Talamanca, i cambiamenti climatici avevano già iniziato a suscitare il timore degli agricoltori, con aumenti delle temperature, alluvioni e la comparsa di nuovi parassiti. L&#8217;organizzazione Kábata Könana (Cabécar per le &#8220;donne che difendono la foresta&#8221;) ha agito in risposta a tale situazione ridando vita ai metodi tradizionali basati su una maggiore varietà di colture più adatte alle condizioni climatiche locali. I lockdown causati dalla pandemia hanno frenato i mercati locali, compromettendo risorse significative di materie prime e prodotti utilizzati per fini di sussistenza e di reddito. Con il sostegno dei finanziamenti del ministero della Cultura, Kábata Könana ha sviluppato i mercati online per la vendita e il commercio di decine di varietà di prodotti con le comunità Cabécar e Bribri, un&#8217;altra popolazione indigena di Talamanca. Il progetto ha contribuito a garantire la sicurezza alimentare durante la pandemia e Kábata Könana ha ricevuto il premio Equatore delle Nazioni Unite nel 2021, conferito per le attività sostenibili volte a contrastare la povertà. L&#8217;operato del gruppo costituisce una dimostrazione delle potenzialità insite nel sostegno diretto in favore delle comunità indigene ai fini della mitigazione e dell&#8217;adattamento climatici, ha dichiarato Levi Sucre Romero, rappresentante Bribri di Talamanca. Donna della Repubblica democratica del Congo in vasche di tilapie. Immagine di John Cannon/Mongabay. Secondo gli attivisti per i diritti sono troppo pochi&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/12/nonostante-gli-impegni-presi-sussistono-ostacoli-nei-finanziamenti-in-favore-della-conservazione-e-del-clima-destinati-alle-comunita/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Corsi d’acqua intossicati dai farmaci. A rischio la salute dell’ecosistema</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2022/10/corsi-dacqua-intossicati-dai-farmaci-a-rischio-la-salute-dellecosistema/</link>
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		<pubDate>10 Ott 2022 15:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Malavika Vyawahare]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Globale]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Conservazione, Fiumi, Oceani, e Pesce]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Anche i farmaci, formulazioni chimiche in grado di alleviare molta della sofferenza umana, possono rappresentare inquinanti significativi, con principi attivi spesso espulsi dal corpo umano e immessi nei corsi d'acqua. L'intensità di questa contaminazione e dei suoi impatti non è stata tuttavia ben studiata.<br />- Uno studio pubblicato a giugno ha analizzato campioni provenienti da 1.000 siti lungo i corsi d'acqua di oltre 100 nazioni, alla ricerca di 61 ingredienti farmaceutici attivi (IFA). I risultati suggeriscono che le concentrazioni di almeno un IFA hanno superato i livelli di sicurezza per la vita acquatica in quasi il 40% dei siti analizzati a livello globale.<br />- Alcuni farmaci sono interferenti endocrini (IE) che imitano gli ormoni e interferiscono in modo dannoso con il sistema endocrino di vari organismi, mentre altri farmaci sono collegati alla resistenza antimicrobica (RAM), considerata oggi una delle maggiori minacce alla salute e al benessere umano.<br />- Nonostante la crescente consapevolezza tra gli scienziati, non esistono rapporti sistematici sull'inquinamento dei corsi d'acqua da parte dei farmaci e sugli impatti sulla salute dell’ecosistema. Attualmente, molti farmaci espulsi dall'uomo entrano direttamente nei corsi d'acqua o passano attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue esistenti. La risoluzione del problema avrà un costo molto elevato.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Nel 2020, mentre la pandemia da COVID-19 attirava su di sé ogni attenzione, la nostra specie ha consumato 4,5 trilioni di dosi di una miriade di farmaci. Solo in India, un farmaco, il paracetamolo, un antidolorifico usato per trattare alcuni sintomi da COVID-19, ha visto le vendite superare i 3,5 miliardi di pillole durante il 2021. Tutto ciò si è verificato mentre la pandemia spingeva affinché le grandi aziende farmaceutiche “corressero” per sviluppare e immettere sul mercato vaccini di successo, distribuendo più di 12,6 miliardi di dosi 12,6 miliardi di dosi. Molto prima che il COVID-19 colpisse l’intera popolazione, i nuovi farmaci e quelli già esistenti venivano sfornati a un ritmo sfrenato, una tendenza destinata ad aumentare in futuro. Secondo le previsioni della società di ricerca sanitaria IQVIA, nei prossimi cinque anni le case farmaceutiche potrebbero presentare 300 nuovi farmaci. Tuttavia, i farmaci, anche quelli che ci salvano la vita, nel posto e in dosi sbagliate possono risultare inquinanti. Questi intrugli chimici che entrano nel flusso sanguigno umano e alleviano molte sofferenze umane finiscono spesso per immettersi nel “sistema circolatorio” della Terra, nei fiumi, nei laghi e negli estuari, con gli scienziati in gran parte ignari circa i mali potenzialmente generati in questo mondo selvaggio più esteso. Secondo le previsioni di una società di ricerca sanitaria, nei prossimi cinque anni, le case farmaceutiche potrebbero presentare 300 nuovi farmaci. Mentre questi nuovi farmaci saranno probabilmente testati a fondo per i loro effetti collaterali sull&#8217;uomo, il loro impatto sull&#8217;ambiente è molto meno studiato. Immagine&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/10/corsi-dacqua-intossicati-dai-farmaci-a-rischio-la-salute-dellecosistema/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Qual è la probabilità di raggiungere l’obiettivo climatico di Parigi? Appena dello 0,1%, afferma uno studio</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2022/09/qual-e-la-probabilita-di-raggiungere-lobiettivo-climatico-di-parigi-appena-dello-01-afferma-uno-studio/</link>
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		<pubDate>27 Set 2022 15:58:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Cambiamento climatico, Conservazione, Impatto del cambiamento climatico, e Politiche ambientali]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo gli accordi sul clima di Parigi del 2015, quasi 200 paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica che alimentano il cambiamento climatico e mantenere il livello di surriscaldamento globale sotto i 2°C o 1,5°C se possibile.<br />- L’obiettivo degli 1,5°C richiede che le emissioni globali vengano ridotte del 45% entro il 2030 e portate allo zero netto entro il 2050, due cose estremamente improbabili secondo una nuova analisi.<br />- I ricercatori segnalano, che anche se le temperature medie fossero mantenute sotto i 2°C, le persone che vivono ai tropici, in particolare in India e nell’Africa sub-Sahariana sarebbero esposte a calore estremo per la maggior parte dei giorni dell’anno.<br />- Le zone a latitudine media, come gli Stati Uniti, la maggior parte dell’Unione Europea e il Regno Unito, entro il 2100 potrebbero essere colpite ogni anno da ondate di calore mortali.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Gli scienziati del clima affermano che esiste solo una probabilità dello 0,1% di mantenere il surriscaldamento sotto gli 1,5°C entro il 2100, come previsto dall’Accordo di Parigi. Anche l&#8217;obiettivo meno ambizioso di limitare l&#8217;aumento della temperatura a 2˚C rispetto ai livelli preindustriali è improbabile, prevedono i ricercatori dell&#8217;Università di Washington, Seattle. Secondo le previsioni del loro nuovo studio, pubblicato su Communications Earth &amp; Environment, le temperature medie globali potrebbero superare la soglia dei 2˚C già nel 2050. L&#8217;Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) afferma che nel 2021 la Terra si è già riscaldata di oltre 1°C rispetto ai livelli preindustriali. Nonostante questi catastrofici avvertimenti, continuiamo a rilasciare anidride carbonica e altri gas serra nell&#8217;atmosfera. Quasi 200 paesi hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015, promettendo di ridurre le emissioni di anidride carbonica che alimentano il cambiamento climatico. Si sono accordati su 2°C come limite sicuro per evitare i peggiori impatti dovuti all’interferenza con il sistema climatico del pianeta, e al tempo stesso chiedendo ai paesi di mirare agli 1,5°C. Tuttavia, un rapporto del 2019 del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ha documentato che passare da 1,5°C a 2°C sarebbe molto più dannoso, soprattutto considerando fattori come l&#8217;innalzamento del livello del mare, l&#8217;impatto sulla biodiversità e gli eventi meteorologici estremi. Negli ultimi anni, gli attivisti per il clima e le associazioni dei cittadini hanno intensificato gli appelli per contenere l&#8217;aumento della temperatura media al di sotto degli 1,5˚C. “Il numero 1,5°C non è stato scelto a caso”, ha affermato il&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/09/qual-e-la-probabilita-di-raggiungere-lobiettivo-climatico-di-parigi-appena-dello-01-afferma-uno-studio/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Scienziati al lavoro per ripristinare in tutto il mondo le foreste di kelp in pericolo</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2022/08/scienziati-al-lavoro-per-ripristinare-in-tutto-il-mondo-le-foreste-di-kelp-in-pericolo/</link>
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		<pubDate>11 Ago 2022 11:18:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Devitt]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Biodiversità, Cambiamento climatico, Conservazione, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Le foreste di kelp crescono lungo oltre un quarto delle fasce costiere del mondo e costituiscono uno dei maggiori ecosistemi del pianeta sotto il profilo della biodiversità. Questi habitat fondamentali stanno tuttavia scomparendo a causa del riscaldamento degli oceani e di altri effetti causati dagli esseri umani.<br />- Le recenti scomparse improvvise di vaste foreste di kelp lungo le fasce costiere della Tasmania e della California hanno messo in evidenza quanto poco sapessimo sulla protezione o sul ripristino di tali ecosistemi marini essenziali.<br />- Gli scienziati stanno cercando nuove modalità per aiutare le alghe kelp a riprendersi ma i successi promettenti su piccola scala devono essere sviluppati in modo considerevole per far fronte alle perdite massicce di kelp in alcune regioni.<br />- L'interesse a livello globale nello studio delle alghe per fini alimentari, di stoccaggio dell'anidride carbonica e per altri usi può contribuire a migliorare i metodi di reintroduzione delle alghe kelp in natura.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Nascoste sott&#8217;acqua, le foreste di kelp crescono lungo oltre un quarto di tutte le fasce costiere del mondo, favorendo una biodiversità ricca a tal punto che il naturalista Charles Darwin ritenne che possa rivaleggiare con le foreste pluviali tropicali. In modo altrettanto invisibile, tali habitat di importanza fondamentale stanno scomparendo a causa del riscaldamento delle correnti oceaniche, dell&#8217;inquinamento, delle attività di raccolta eccessive e di altri effetti causati dagli esseri umani. Sebbene nel corso dei secoli siano state acquisite conoscenze grazie alla coltivazione delle alghe nei paesi che si affacciano sul Pacifico, la diminuzione a livello regionale delle foreste di kelp e le recenti scomparse improvvise da ampie aree in cui un tempo prosperavano tali alghe hanno messo in evidenza quanto poco gli ambientalisti sappiano sulla protezione o sul ripristino di queste foreste sottomarine fondamentali, afferma Karen Filbee-Dexter, ecologa marina della University of Western Australia che studia le ripercussioni dei cambiamenti climatici sulle alghe kelp. &#8220;Le foreste di kelp sono sottostimate e studiate poco rispetto ad altri ecosistemi costieri&#8221;, afferma Filbee-Dexter. &#8220;Dobbiamo comprenderle meglio. Costituiscono uno degli habitat vegetali per le specie marine più estesi della Terra e i dati mostrano con estrema chiarezza che stanno cambiando in modo veramente rapido&#8221;. I primi campanelli di allarme per i ricercatori sono state le ondate di calore marino che hanno improvvisamente devastato intere foreste di kelp lungo la costa della Tasmania nel 2011 e della California settentrionale nel 2014. Quando i talli e le lamine torreggianti delle alghe kelp sono scomparsi, lo&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/08/scienziati-al-lavoro-per-ripristinare-in-tutto-il-mondo-le-foreste-di-kelp-in-pericolo/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani si conclude con delle promesse. Cambierà lo stato dei nostri mari?</title>
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		<pubDate>01 Ago 2022 14:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- La seconda conferenza delle Nazioni Unite, svoltasi a Lisbona tra il 27 giugno e il 1° luglio, si è incentrata sulla protezione delle forme di vita sott’acqua, secondo l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite n. 14.<br />- Originariamente programmata per il 2020, la conferenza è stata posticipata a causa della pandemia da Covid-19.<br />- Seppur le nazioni, le NGO (organizzazioni non-governative) ed altri enti si sono assunti centinaia di impegni di conservazione, tra cui la promessa di espandere le aree marine protette, di porre fine alle pratiche di pesca distruttiva e di finanziare gli sforzi di conservazione, gli esperti avvertono che vi è ancora molto da fare per proteggere i nostri oceani.<br />- Le coalizioni di piccoli pescatori e le popolazioni indigene, intanto, hanno espresso la propria preoccupazione per essere stati esclusi da importanti dialoghi sulla conservazione.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[LISBONA — La conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani (UNOC, UN Ocean Conference) si è conclusa a Lisbona il 1° luglio dopo cinque giorni interi di discussioni ed eventi incentrati sul raggiungimento di un obiettivo comune: l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile dell’ONU n.14 (SDG14), che mira a proteggere la vita sott’acqua. Mentre i rappresentanti governativi, le NGO (organizzazioni non governative) ed altri enti si sono assunti centinaia di impegni a favore della conservazione, gli esperti hanno dichiarato che c’è ancora molto lavoro da fare per proteggere i nostri oceani. L’SDG14 è stato suddiviso in 10 traguardi: ridurre l’inquinamento dei mari; proteggere e restaurare gli ecosistemi; ridurre l’acidificazione degli oceani; garantire che la pesca sia condotta in maniera sostenibile; preservare aree costali e marine; porre fine ai finanziamenti di pratiche di pesca dannose; aumentare i benefici economici derivanti dall’uso sostenibile delle risorse marine; espandere la conoscenza scientifica, la ricerca e la tecnologia relative alla salute degli oceani; sostenere i piccoli pescatori; attuare e far rispettare il diritto internazionale relativo al mare. Alcuni di questi obiettivi dovevano essere raggiunti nel 2020, altri entro il 2030. Peter Thomson, segretario generale dell’ONU e inviato speciale per l’oceano, ha dichiarato durante la conferenza stampa del 25 giugno che il raggiungimento di questi obiettivi è fondamentale per “la nostra sopravvivenza sul pianeta”. “Non si può avere un pianeta sano senza l’oceano e la salute dell’oceano volge a un declino inesorabile”, ha affermato Thomson, aggiungendo: “comunque sia, ho notato un’“ondata di positività” poiché le nazioni, ora consapevoli della&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/08/la-conferenza-delle-nazioni-unite-sugli-oceani-si-conclude-con-delle-promesse-cambiera-lo-stato-dei-nostri-mari/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La storia di quel ragno “killer” che hai letto online? Probabilmente è una bufala</title>
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		<pubDate>08 Lug 2022 13:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cassie Freund]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Animali, Biodiversità, e Insetti]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo uno studio condotto da più di 60 scienziati di tutto il mondo, la copertura mediatica degli incontri tra ragni ed esseri umani è piena di disinformazione.<br />- Hanno raccolto dati tratti da oltre 5.300 articoli di giornale da 81 paesi e hanno trovato che il 47% di essi conteneva veri e propri errori e il 43% erano sensazionalistici.<br />- Hanno anche riscontrato che le storie che citavano esperti di ragni tendevano a essere più accurate di quelle che citavano esperti di medicina o specialisti della disinfestazione, che non ricevono lo stesso livello di formazione.<br />- Gli autori di questo studio affermano che la rappresentazione negativa a livello mediatico dei ragni, dei serpenti e di altri animali di cui le persone hanno paura è dannosa nei confronti degli sforzi di salvaguardia di specie che giocano ruoli importanti nell’ecosistema.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[La diffusione della disinformazione politica e scientifica all’interno dei mezzi di comunicazione è un argomento molto sensibile in questo periodo, e giustamente, in quanto può avere gravi conseguenze negative per la società. Nuovi studi dimostrano che nemmeno il regno animale è al sicuro dai pericoli della disinformazione: un nuovo studio ha quantificato la diffusione globale della disinformazione sui ragni, dando vita a suggerimenti su come limitare la circolazione di queste falsità. Questa ricerca, pubblicata come preprint e attualmente in fase di revisione, è il risultato di un enorme sforzo da parte di oltre 60 scienziati di tutto il mondo, guidati dall&#8217;ecologo Stefano Mammola del Consiglio Nazionale delle Ricerche italiano. Hanno compilato un database tratto da 5.348 articoli di notizie sugli incontri tra ragni ed esseri umani provenienti da 81 Paesi e scritti in 41 lingue diverse. Mammola e i suoi colleghi hanno analizzato ciascun articolo della banca dati, registrando se contenevano errori a proposito dei ragni o se utilizzavano parole e/o immagini sensazionalistiche, come “killer”, “terrore” e “incubo”, per descrivere questi incontri. Hanno riscontrato che gli articoli erano pieni di disinformazione: quasi la metà (47%) di essi conteneva veri e propri errori, mentre il 43% era sensazionalistico. Secondo Mammola, i ragni sono l’esempio perfetto per analizzare la disinformazione scientifica nei mezzi di comunicazione perché suscitano forti emozioni (principalmente la paura) negli esseri umani. I mezzi di comunicazione sfruttano queste emozioni forti per far sì che i lettori clicchino sui loro articoli. Titoli di giornale sensazionalistici sui ragni. I ricercatori hanno&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/07/la-storia-di-quel-ragno-killer-che-hai-letto-online-probabilmente-e-una-bufala/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>In che modo il cambiamento climatico colpirà i coralli di acqua fredda? Principalmente attraverso la perdita di cibo, secondo uno studio</title>
		<link>https://it.mongabay.com/2022/07/in-che-modo-il-cambiamento-climatico-colpira-i-coralli-di-acqua-fredda-principalmente-attraverso-la-perdita-di-cibo-secondo-uno-studio/</link>
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		<pubDate>04 Lug 2022 14:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<locations><![CDATA[Globale]]></locations>
		
				<topic-tags><![CDATA[Barriere coralline, Biodiversità, Cambiamento climatico, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Un nuovo studio avverte che i coralli di acqua fredda, noti anche come coralli di acqua profonda, potrebbero essere maggiormente colpiti da una diminuzione delle disponibilità di cibo, mentre il cambiamento climatico modifica le dinamiche degli oceani terrestri.<br />- Gli autori sono giunti a questa conclusione studiando come i coralli di acqua fredda siano sopravvissuti all’ultimo grande periodo di riscaldamento globale verificatosi alla fine dell’ultima era glaciale e all’inizio dell’attuale periodo interglaciale, essendo ciò in qualche modo analogo a come, secondo le previsioni, la Terra si riscalderà entro la fine di questo secolo.<br />- Tuttavia, fanno notare gli esperti, i coralli di acqua fredda, al giorno d’oggi, sono soggetti ad ulteriori fattori di stress, tra cui: l’acidificazione degli oceani, le pratiche di pesca distruttive e l’inquinamento. Inoltre, il clima sta cambiando molto più rapidamente di quanto abbia fatto in passato.<br />- I coralli di acqua fredda sono ritenuti tanto importanti quanto i coralli tropicali, se non addirittura di più. Dunque, secondo i ricercatori, è fondamentale capire quali siano le loro chance di sopravvivenza.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Tra il 1869 e il 1870, lo H.M.S. Porcupine salpando l’oceano atlantico settentrionale raschiò una draga lungo il fondo del mare. Quando i marinai riportarono la draga in superficie, questa mostrò pezzi di corallo sassoso che era fino ad allora vissuto nei fondali marini freddi e privi di sole. Esaminando i coralli riportati in superficie, il paleontologo inglese Peter Martin Duncan ha notato alquanto stupito in una sua relazione come questi coralli possano vivere nelle acque fredde e profonde dell’oceano con la stessa facilità con cui gli altri organismi vivono nelle parti più calde e più superficiali del mare. Ha affermato inoltre: “Ciò suggerisce che un elevato numero di invertebrati non sia troppo influenzato dalla temperatura e che sia invece la disponibilità di cibo la questione più importante della loro economia”. Ad oggi, l’oceano è un posto molto diverso da quello in cui salpò lo H.M.S. Porcupine. Il cambiamento climatico sta causando a livello globale un aumento rapido della temperatura oceanica, contemporaneamente all’abbassamento dei livelli di ossigeno e all’acidificazione delle acque. I mari vengono anche danneggiati dalla pesca eccessiva, dall’inquinamento e da altre attività umane come i trasporti. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista PLOS Biology, però, la minaccia più grande alla sopravvivenza dei coralli di acqua fredda, come quelli prelevati all’epoca dallo H.M.S. Porcupine, sarebbe costituita proprio dalla mancanza di cibo. Dunque, le osservazioni di Duncan si sono rivelate corrette. Una grossa colonia di coralli di acqua fredda Lophelia pertusa, colonizzati dai crinoidi e dai coralli molli a 700&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/07/in-che-modo-il-cambiamento-climatico-colpira-i-coralli-di-acqua-fredda-principalmente-attraverso-la-perdita-di-cibo-secondo-uno-studio/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>‘La natura ha la priorità’: la mappa del Rewilding mostra un restauro guidato dalla natura</title>
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		<pubDate>07 Giu 2022 12:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[John Cannon]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Aree protette, Biodiversità, Cambiamento climatico, Foreste, e Specie in pericolo]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Il Global Rewilding Alliance e l’ OpenForests hanno ufficialmente lanciato la mappa dei progetti di rewilding (dall’inglese, rinaturazione) in tutto il mondo.<br />- Le organizzazioni hanno contribuito ai progetti attraverso storie, foto e video in 70 paesi, coprendo un’area di 1 milione di chilometri quadri (386.000 miglia quadrate); i leader dell’alliance annunciano che verrà fatto di più.<br />- Il rewilding è un tipo di restauro ecologico che ha l’obiettivo di restaurare le dinamiche e i processi naturali degli ecosistemi.<br />- I sostenitori di questo approccio sostengono che esso abbia la potenzialità di affrontare sia la perdita della biodiversità che il cambiamento climatico.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[L’ultimo decennio ha visto il ritorno del bisonte europeo (Bison bonasus) nell’Europa centrale e orientale. I cacciatori, circa un secolo fa, ne avevano ucciso l’ultimo esemplare noto nella regione. Tuttavia, grazie ai programmi di reintroduzione nella Bielorussia, in Polonia, in Russia e in Romania, il numero dei bisonti vivi risulta ad oggi quasi quattro volte tanto quello registrato nel 2003. Tale aumento, che ammonta a circa 7.000 animali, è bastato a far sì che l’IUCN abbassasse nel 2020 lo stato di conservazione del bisonte europeo da vulnerabile a quasi minacciato. La più grande mandria vagante della Romania vive nelle montagne dei Carpazi meridionali, che si estendono basse ricoperte da una fitta foresta antica. La reintroduzione del bisonte, compresa l’aggiunta recente di due maschi e sei femmine nel 2020, deriva dalla collaborazione tra il WWF della Romania e il Rewilding Europe, un’organizzazione non-profit che ha sede nei Paesi Bassi. È anche una delle dozzine di progetti esposti nella nuova mappa dal Global Rewilding Alliance che è stato ufficialmente lanciato lo scorso 11 aprile. “Non sapevo che [il bisonte selvatico] circolasse in Romania,” ha dichiarato Alexander Watson, CEO dell’OpenForests, un’impresa sociale che ha sede in Germania e che ospita la mappa del progetto di rewilding. Bisonti europei della riserva biologica del Monts d’Azur, in Francia. L’ultimo decennio ha visto il ritorno del bisonte europeo (Bison bonasus) nell’Europa centrale ed orientale. Foto di Valène Aure via Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0). Watson ha dichiarato che i dettagli di questo tipo di progetti sono ora visibili&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/06/la-natura-ha-la-priorita-la-mappa-del-rewilding-mostra-un-restauro-guidato-dalla-natura/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Per fermare l’inquinamento causato dalla plastica, dobbiamo fermare la produzione di plastica, affermano gli scienziati</title>
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		<pubDate>23 Mag 2022 15:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mongabay.com]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Cambiamento climatico, Conservazione, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Una squadra di scienziati che lavora nel campo della plastica ha pubblicato una lettera nel giornale Science, facendo un appello per chiedere di fermare la produzione di plastica per risolvere il problema dell’inquinamento causato da essa.<br />- Sostengono che la plastica non è soltanto un problema quando si tratta di smaltirla, ma anche a livello produttivo genera grandi quantità di emissioni di gas serra, contribuendo quindi alla crisi climatica.<br />- All’inizio dell’anno, numerosi paesi hanno concordato sulla necessità di un trattato globale per fermare l’inquinamento causato dalla plastica, ma i suoi termini non sono stati ancora decisi.<br />- Le negoziazioni per la prima stesura dell’accordo inizieranno il mese prossimo.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[In una lettera pubblicata nel giornale Science, un gruppo internazionale di scienziati ha fatto appello per la creazione di un limite sulla produzione globale di nuova plastica per salvaguardare la salute sia degli esseri umani che dell’ambiente, e per ridurre le emissioni di gas serra. Affermano che questa sarebbe un’azione chiave per risolvere il problema dell’inquinamento della plastica che il nostro pianeta sta affrontando in questo momento. Nel marzo 2022, 175 paesi hanno unanimemente concordato di adottare un trattato globale per fermare l’inquinamento della plastica. Il trattato non dovrebbe affrontare soltanto il problema dei rifiuti, ma anche del ciclo di vita della plastica, a partire dall’estrazione di sostanze chimiche fino al processo altamente inquinante di cracking delle sostanze chimiche per ottenere i composti utilizzati nella produzione di plastica. Tuttavia, i termini di questo trattato devono ancora essere determinati durante le negoziazioni che inizieranno il mese prossimo. “La risoluzione esiste, ma ci vorranno ancora degli anni prima che il trattato venga adottato&#8230; e attuato con la necessaria responsabilità”, ha affermato in un&#8217;email a Mongabay Bethanie Carney Almroth, ecotossicologa e ricercatrice sulle microplastiche dell&#8217;Università di Göteborg in Svezia. “I problemi della plastica sono complessi e richiederanno soluzioni poliedriche e specifiche a ogni prodotto e contesto, al fine di garantire sicurezza ed equità”. La lettera fa notare che attualmente sono prodotti 450 milioni di tonnellate di plastica ogni anno e che si prevede che questa produzione raddoppi entro il 2045. È noto che la produzione di plastica crea grandi quantità di emissioni di&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/05/per-fermare-linquinamento-causato-dalla-plastica-dobbiamo-fermare-la-produzione-di-plastica-affermano-gli-scienziati/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Quanto contribuiscono i trasporti aerei al riscaldamento del pianeta? Una nuova ricerca quantifica il fenomeno</title>
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		<pubDate>11 Mag 2022 10:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Liz Kimbrough]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente e Cambiamento climatico]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Secondo i ricercatori, il settore dei trasporti aerei contribuisce per circa il 4 % al riscaldamento globale causato dalle attività umane, vale a dire in misura maggiore rispetto alla maggior parte dei paesi.<br />- Con la combustione del carburante avio vengono emessi CO2 e gas diversi dalla CO2, tra cui gli ossidi di azoto, il particolato carbonioso, il vapore acqueo e gli aerosol di solfati, i quali interagiscono con l'atmosfera e influiscono sul clima in vari modi e in periodi di tempo diversi.<br />- Sebbene lo sviluppo dei carburanti avio sostenibili sia stato oggetto di molta attenzione e finanziamenti, diversi esperti ritengono che non permettano di ottenere la quantità di carburante necessaria e non consentano di utilizzare i terreni nel modo più efficace.<br />- Per limitare le emissioni sarà necessaria "una serie di soluzioni" ma la soluzione più efficace ai fini della riduzione degli impatti sia climatici che sanitari causati dal settore dei trasporti aerei consiste in un minore utilizzo dei velivoli.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Quando Milan Klöwer è stato intervistato da Mongabay, aveva appena terminato un viaggio in treno in Germania. Klöwer ricercatore post-dottorato nonché climatologo presso l&#8217;università di Oxford, ha dichiarato di fare del suo meglio per evitare i viaggi in aereo (una delle principali cause dei cambiamenti climatici). “Siamo climatologi e anche noi cerchiamo di ridurre la nostra impronta di carbonio&#8221;, ha affermato Klöwer, &#8220;gli scienziati di tutte le discipline scientifiche sono probabilmente concordi nel ritenere che il trasporto aereo sia un settore caratterizzato da emissioni di gas a effetto serra veramente molto elevate&#8221;. Gli aerei emettono ogni ora una quantità di CO2 100 volte more CO2 maggiore rispetto a quella di un treno o un autobus usato da varie persone e le emissioni annue del settore aeronautico mondiale sono pari a circa 1 miliardo di tonnellate di CO2 (quantità superiore alle emissioni generate dalla maggior parte dei paesi, Germania compresa). Il settore dell&#8217;aviazione produce circa il 2,4% delle emissioni annue mondiali di CO2, la maggior parte delle quali deriva dai viaggi di carattere commerciale. Klöwer ha tuttavia dichiarato: &#8220;Gran parte delle persone esamina il fenomeno del riscaldamento sotto il profilo dei gradi, non delle tonnellate di carbonio emesso, abbiamo pertanto preferito analizzare quest’ultimo aspetto&#8221;. In un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, Klöwer e i suoi colleghi hanno concluso che il settore del trasporto aereo contribuisce per circa il 4% al riscaldamento globale causato dall&#8217;uomo e, se la crescita del settore dell&#8217;aviazione continuerà con una velocità analoga al periodo&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/05/quanto-contribuiscono-i-trasporti-aerei-al-riscaldamento-del-pianeta-una-nuova-ricerca-quantifica-il-fenomeno/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Ratti e pipistrelli: secondo uno studio sono centinaia le specie di mammiferi non ancora identificate</title>
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		<pubDate>10 Mag 2022 13:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Liz Kimbrough]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Animali, Biodiversità, Conservazione, Fauna selvatica, e Foreste tropicali]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Gli studiosi stimano che soltanto ‎il 10% di tutte le specie presenti ‎sulla Terra siano state descritte. Tra quelle più vicine alla nostra, ‎cioè i mammiferi, si arriva all’80%, ‎ma anche questo gruppo ben ‎studiato custodisce ancora dei ‎segreti.‎<br />- Secondo un nuovo modello predittivo, la maggior parte della diversità nascosta dei mammiferi è ‎costituita da animali di piccole dimensioni come roditori e ‎pipistrelli che occupano vasti areali e zone tropicali umide.‎<br />- I ricercatori hanno utilizzato ‎l’apprendimento automatico e un ‎supercomputer per analizzare un ‎enorme insieme di dati globali dei ‎tratti delle specie di mammiferi ‎noti, i loro cicli biologici, la loro ‎comparsa e più di 90.000 ‎sequenze genetiche.<br />- Comprendere le differenze tra specie è ‎importante per chi si occupa di ‎protezione dell’ambiente‎, ma la vita possiede anche un ‎valore intrinseco ed è quindi ‎necessario riconoscere queste ‎specie prima che si estinguano‎.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Una rana che sembra un cioccolatino, uno splendente pesce arcobaleno, e 14 esemplari di Crocidura lea sono stati aggiunti alla lista sempre crescente di specie “ignote alla scienza” negli ultimi mesi. Gli scienziati stimano che soltanto il 10% di tutte le specie presenti sulla Terra siano state descritte. Tra quelle più vicine alla nostra, cioè i mammiferi, si arriva all’80%, ma anche questo gruppo ben studiato custodisce ancora dei segreti. Bryan Carstens, professore ‎della Ohio State University‎, ha riferito a Mongabay “I mammiferi hanno ricevuto molta più attenzione da parte dei ricercatori di tante altre classi. Nonostante ciò, resta ancora circa il 20% di mammiferi da descrivere.” Una nuova specie di pipistrello (Myotis nimbaensis) è stata descritta nel 2021 sulla catena del Nimba in Africa occidentale. Foto di © Kendra Snyder / Bat Conservation International. Carstens e i colleghi hanno deciso di creare un modello per scoprire dove potrebbe nascondersi il 20% mancante. Il modello, dice, somiglia a quello usato da Netflix per consigliare nuovi film in base a quelli già visti. Guidato da Danielle Parsons, della Ohio State ‎University, il gruppo ha utilizzato l’apprendimento automatico e un supercomputer per analizzare un enorme insieme di dati globali dei tratti delle specie di mammiferi noti, i loro cicli biologici, la loro comparsa e più di 90.000 sequenze genetiche. L’analisi ha impegnato il supercomputer per 18 mesi. Con un computer portatile ci sarebbero voluti decenni. Carstens ha affermato “Siamo stati gli unici abbastanza fuori di testa da provare a creare un modello.”&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/05/ratti-e-pipistrelli-secondo-uno-studio-sono-centinaia-le-specie-di-mammiferi-non-ancora-identificate/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>A sorpresa, dieci alimenti provenienti dai nostri oceani</title>
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		<pubDate>11 Apr 2022 11:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Shreya Dasgupta]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Conservazione, Oceani, e Pesce]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- I nostri oceani sono fonte di cibo per migliaia di popolazioni in tutto il mondo. Il nostro appetito però ha avuto per centinaia di anni un effetto deleterio sull’ecosistema marino.<br />- Menti creative sono sempre alla scoperta di modi più nuovi e più ecosostenibili per sfamare il mondo andando a scovarli in aree oceaniche insolite.<br />- Eccovi 10 alimenti marini che non avrete mai sentito nominare ma che presto potreste trovare nei menu o nella corsia di un grande negozio.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Se vivete in città o comunque lontano dall’oceano, la parola ’pesce’ potrebbe lasciare poco spazio alla vostra immaginazione: filetto di pesce al forno, curry di gamberi granchi o pesce, rotolini di sushi rivestiti da alga, o, se ve lo potete permettere, uova di caviale. Tuttavia, la dispensa oceanica ha molto di più da offrire: da parti di piante marine e di animali che non ci si aspetta siano commestibili, ad alimenti marini familiari trasformati in sorprendenti prelibatezze culinarie. Alcuni di questi cibi marini stanno per fare capolino nei menu dei ristoranti principali e nelle corsie dei grandi supermercati, cibo questo che potrebbe ridurre lo stress sui nostri oceani. Eccovene 10: Grano del mare Sì, avete letto bene: proprio come i costosi ed estesi campi di riso, grano, chia, quinoa e segale sulla terra, sott’acqua crescono delle distese di grano. In uno studio pubblicato sul Science nel 1973, i ricercatori hanno descritto come i Seri, una popolazione indigena che vive lungo il Golfo della California, nello stato messicano del Sonora, abbiano per generazioni coltivato il grano ricavato dalla zostera (Zostera marina), un tipo di pianta che fiorisce sotto le acque marine. Dopo il raccolto, i Seri trasformano questo grano in farina, proprio come i popoli di tutto il mondo fanno con il grano e il riso. Asciugata e trebbiata l’erba, ne raccolgono i semi che vengono poi tostati e polverizzati per trasformarli in farina. Mescolano dunque la farina nell’acqua e insaporiscono l’impasto con del miele, con i semi oleosi di altre&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/04/a-sorpresa-dieci-alimenti-provenienti-dai-nostri-oceani/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Nuovo rapporto dell&#8217;IPCC: il cambiamento climatico è una minaccia per il benessere delle persone e per la salute del pianeta</title>
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		<pubDate>06 Apr 2022 11:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[John C. Cannon]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente, Cambiamento climatico, Conservazione, Foreste, Foreste tropicali, Impatto del cambiamento climatico, e Oceani]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC)  ha pubblicato un rapporto sull'impatto del cambiamento climatico sull'uomo, elencando le aree più vulnerabili e  i passaggi necessari all'adattamento ai cambiamenti portati dal riscaldamento globale.<br />- Il rapporto, il secondo in una serie di tre pubblicati nell'ambito della sesta valutazione dell'IPCC, sottolinea l'importanza delle culture locali e indigene nella lotta contro il cambiamento climatico e i suoi effetti sul clima, sulla disponibilità di acqua potabile e di cibo.<br />- Il rapporto fa anche notare che alcuni tra i settori più vulnerabili della nostra società dovranno affrontare le conseguenze degli effetti portati dal cambiamento climatico.<br />- Gli autori del rapporto, insieme ad altri ricercatori, sottolineano l'importanza di agire rapidamente, sia per gestire le cause del cambiamento climatico che per migliorare la resilienza delle popolazioni di fronte ai suoi effetti.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Secondo un rapporto pubblicato il 28 febbraio dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), il cambiamento climatico sta mettendo in pericolo il benessere del pianeta, dell&#8217;umanità, delle specie e degli ecosistemi che assicurano la vita sulla Terra. La posta in gioco per il nostro pianeta non è mai stata così alta, ha detto ad una conferenza António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. “Il rapporto è&#8230;un avvertimento disperato sulle conseguenze che sta avendo l&#8217;inerzia di fronte alle minacce che il cambiamento climatico sta ponendo al nostro benessere e a quello del nostro pianeta.” L&#8217;IPCC è l&#8217;organo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Il rapporto è il secondo in una serie di tre documenti che andranno a formare la sesta valutazione dell&#8217;IPCC dall&#8217;anno della sua fondazione nel 1988, che sarà pubblicata nella seconda metà del 2022. Il rapporto si basa su dati da 34.000 studi raccolti da 270 esperti allo scopo di descrivere in che modo le popolazioni e gli ecosistemi sono vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici e come questi stanno cercando di farvi fronte. Incendio nella foresta amazzonica, Brasile, 2021. Immagine © Victor Moriyama/Amazônia em Chamas. La prima parte della sesta valutazione dell&#8217;IPCC è stata pubblicata nell&#8217;agosto 2021. Basandosi su ricerche fisico-scientifiche, gli autori definiscono “inequivocabile” il collegamento tra le attività umane e il cambiamento climatico e sostengono che le temperature globali sono aumentate di 1,1ºC rispetto all&#8217;era preindustriale. In questa nuova pubblicazione focalizzata sugli impatti, gli adattamenti e la vulnerabilità al cambiamento climatico, gli esperti dell&#8217;IPCC&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/04/nuovo-rapporto-dellipcc-il-cambiamento-climatico-e-una-minaccia-per-il-benessere-delle-persone-e-per-la-salute-del-pianeta/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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		<title>Studio dimostra che gli inquinanti organici a contatto con le microplastiche ne decuplicano la tossicità</title>
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		<pubDate>29 Mar 2022 10:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elizabeth Claire Alberts]]></dc:creator>
		<author><![CDATA[Maria Angeles Salazar]]></author>
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				<topic-tags><![CDATA[Ambiente e Conservazione]]></topic-tags>
		
		
						<description><![CDATA[- Una nuova ricerca ha rilevato che, negli ambienti acquatici, l'interazione tra gli inquinanti organici e le microplastiche può decuplicare la tossicità di queste ultime.<br />- I ricercatori hanno scoperto che alcune microplastiche sottoposte artificialmente all'azione degli agenti atmosferici tendono ad assorbire e rilasciare più sostanze inquinanti rispetto alle microplastiche appena formatesi e costituiscono un pericolo per la salute umana se vengono ingerite.<br />- All'inizio di marzo vari paesi hanno concordato di avviare i negoziati per un trattato mondiale che faccia fronte a tutto il ciclo di vita della plastica al fine di eliminare il pericolo che rappresenta per l'ambiente e la salute umana.<br />]]></description>		
						<content:encoded><![CDATA[Le particelle di plastica minuscole, grandi quanto semi di papavero, potrebbero di per sé sembrare innocue. Quando però a una quantità così limitata di plastica si aggiungono gli inquinanti organici, la tossicità del mix chimico così formato può aumentare in modo esponenziale. Una nuova ricerca pubblicata su Chemosphere esamina attentamente le interazioni tra le microplastiche (frammenti di plastica con dimensioni inferiori a 5 millimetri) e i composti organici in tracce (Trace Organic Compounds, TrOC) rilevati in pesticidi, medicinali e prodotti cosmetici quando si trovano in ambienti acquatici. Sebbene le microplastiche e i TrOC possano non essere eccessivamente tossici per gli esseri umani quando sono isolati, i ricercatori hanno rilevato che quando tali materie entrano in contatto tra loro nell&#8217;acqua, la tossicità della plastica può aumentare di dieci volte. L&#8217;interazione tra le microplastiche e i TrOC potrebbe facilmente avvenire negli impianti di trattamento delle acque reflue, ha dichiarato l&#8217;autore principale dello studio Andrey Ethan Rubin, dottorando presso la Tel Aviv University (Israele). &#8220;Fondamentalmente, nessuno di tali impianti può trattare in modo completo le materie organiche, soprattutto le materie organiche molto resistenti&#8221;, ha dichiarato Rubin a Mongabay in un&#8217;intervista. &#8220;Persino qui in Israele, sono molto elevate le quantità di antibiotici e altri medicinali che vengono rilasciati nell&#8217;ambiente dagli impianti di trattamento delle acque reflue&#8221;. Un altro recente studio ha inoltre dimostrato che molti impianti di trattamento delle acque reflue non riescono a eliminare i minuscoli frammenti di microplastica. Alla fine, tali frammenti vengono rilasciati in fiumi e corsi d&#8217;acqua, e si accumulano&hellip;This article was originally published on <a href="https://it.mongabay.com/2022/03/studio-dimostra-che-gli-inquinanti-organici-a-contatto-con-le-microplastiche-ne-decuplicano-la-tossicita/" data-wpel-link="internal">Mongabay</a>]]></content:encoded>
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